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L’economia non fa più paura Si teme per guerre e siccità

Non sono più i rischi economici a far tremare i Paesi. Dopo otto anni dominati dai timori della crisi finanziaria e del suo impatto su congiuntura e benessere, nuovi spettri del passato sembrano imporsi alle cronache del 2015: tensioni geopolitiche, pandemie e crisi idrica. Dagli attentati terroristici all’ebola, dalla costituzione dell’Isis alle calamità naturali: negli ultimi mesi l’attenzione di governi e mercati è stata catturata da eventi che nel quinquennio passato venivano considerati di importanza minore, concentrati come si era a fare previsioni sulla durata e sull’intensità dello shock finanziario che ha messo in ginocchio le economie occidentali. Così facendo, si è trascurata la nascita di nuove tensioni geopolitiche e la diffusione di virus mortali. E si è data minore attenzione alla cura del Pianeta. Risultato, l’economia e la finanza sono passate in secondo piano nella classifica dei rischi più temuti da governi e imprese per l’anno appena iniziato, riportando in auge vecchi e nuovi problemi mai risolti. A lanciare l’allarme, i 900 esperti internazionali che hanno contribuito alla redazione del rapporto Global Risks 2015, realizzato insieme a Marsh & McLennan e Zurich Insurance Group. Ebbene, il rapporto annuale presentato in occasione del World Economic Forum di Davos di fine gennaio, ha tracciato una mappatura dei principali fattori di rischio potenziale e di rischio economico che gravano sul nostro pianeta andando a scardinare quella che sembrava ormai una certezza: la crisi economica è uscita di scena e non costituisce più l’incubo principale per i governi di mezzo mondo. Ma nemmeno un incubo minore. A tal punto da scomparire dalla lista dei cinque principali fattori di preoccupazione per l’anno appena iniziato. «Quest’anno rappresenta un punto di rottura rispetto all’ultimo decennio», si legge nel rapporto. «Per la prima volta nella storia del Global Risk, i rischi economici avranno un impatto soltanto marginale sulle strategie dei governi». A distanza di un quarto di secolo dalla caduta del muro di Berlino, infatti, le tensioni tra Stati continuano a rappresentare il rischio più sentito su scala internazionale in termini di impatto potenziale. «Le tensioni scoppiate in Crimea nel mese di marzo dello scorso anno ci hanno riportato immediatamente alla memoria quanto possano essere tragici e pericolosi i conflitti che si possono sviluppare all’interno di una stessa regione. Per non parlare dei rischi legati alla proclamazione dello Stato dell’Isis e alle conseguenze geopolitiche che questo sta generando su scala internazionale», hanno avvertito gli esperti, secondo cui la gamma di strumenti che possono essere utilizzati in un conflitto appare oggi più ampia che mai: dall’attacco cibernetico, alla concorrenza nell’approvvigionamento delle risorse, fino ad arrivare all’utilizzo di sanzioni o di altri strumenti economici. «Affrontare tutti i possibili fattori scatenanti e cercare di riportare il mondo a un percorso di collaborazione, piuttosto che di sfida, dovrebbe essere una priorità per i leader», ha dichiarato Margareta Drzeniek-Hanouz, economista del World Economic Forum, sottolineando come le tensioni tra Paesi non costituiscono gli unici elementi capaci di incrinare la serenità internazionale. Basti pensare ai numerosi rischi legati alla salute pubblica, ebola in primis. «L’urbanizzazione ha aumentato senza alcun dubbio il benessere sociale. Ma quando le città si sviluppano troppo rapidamente, le loro vulnerabilità aumentano: pandemie, guasti o attacchi ai sistemi di alimentazione, idrici o di trasporto e gli effetti del cambiamento climatico sono le principali minacce», ha spiegato Axel Lehmann, chief risk officer di Zurich Insurance Group. Gli esperti del Global Risk sono andati oltre e hanno tentato di tracciare una mappa dell’evoluzione dei rischi potenziali di qui a 10 anni mostrando un netto cambiamento nella scala dei valori. «Il mondo sta entrando in una nuova era di competizione strategica tra poteri globali», si legge nel documento. «La disillusione legata alla globalizzazione sta spingendo verso politiche estere sempre più orientate al benessere dei singoli Paesi in un contesto di crescita di sentimenti di nazionalismo alimentati da pressioni sociali crescenti». È questo il caso della Russia nei confronti della Crimea, o dell’India dove sempre maggiore è il favore mostrato dagli elettori verso i partiti nazionalisti. «Per i prossimi anni la crescita e l’occupazione sono destinate a mantenersi al di sotto dei livelli pre-crisi. E questo si tradurrà in un aumento del favore verso sentimenti di nazionalismo che porteranno a nuove tensioni sociali e nuovi conflitti regionali», si legge nel documento. Una situazione, questa che potrebbe generare ripercussioni significative sulla capacità di resistenza dei governi attualmente al potere. Basti guardare a quanto accaduto in Iraq o in Siria, dove l’Isis ha progressivamente conquistato terreno e potere arrivando a raccogliere attorno a sé un esercito di 30 mila guerriglieri. Di qui, i crescenti timori per la diffusione di armi di distruzione di massa e per l’aumento del rischio di attentati terroristici nei Paesi occidentali. Ma non si tratta soltanto di problemi di sicurezza. Il diffondersi di conflitti porterà con sé anche il rischio di un incremento delle quotazioni di energia e di petrolio a causa dell’interruzione delle forniture da parte di alcuni Paesi produttori. Con effetti dirompenti sull’economia. Al di là di questi timori, i 900 studiosi e imprenditori che hanno contribuito alla redazione del Global Risk Report hanno lanciato un allarme relativo al fallimento delle politiche ambientali di qui ai prossimi dieci anni che potrebbe tradursi in una crisi idrica di dimensioni colossale direttamente collegata con il surriscaldamento del pianeta.

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