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L’economia inglese rinvia la paura Brexit, fiducia in aumento

Dopo l’indice Pmi sulla manifattura è arrivato quello sui servizi in attesa dei dati sulla produzione industriale, commercio, costruzioni. L’economia di Londra rimbalza con energia dopo la caduta innescata dal voto sulla Brexit ed oggi, a due mesi e mezzo dal referendum, ne riduce gli effetti immediati, mentre riesplode la polemica politica.
La fase più acuta, innescata dal pronunciamento popolare s’attenua, dunque, ma il paziente inglese non è affatto risanato come suggeriscono i contrastanti indicatori di fiducia di più lungo periodo, come conferma il protrarsi della sospensione dei rimborsi dei fondi commerciali immobiliari congelati in luglio. Londra rimane sotto la lente alla ricerca di elementi capaci di confermare le previsioni diffuse prima del voto di Brexit, tutte fortemente negative. Restano, in larga misura, valide in quanto l’uscita dall’Ue è stata solo annunciata, non si è mai consumata. Per ora cambiano gli umori, dunque, in attesa di capire come muteranno le regole del nuovo quadro euro-britannico. Saranno quelle a definire il prezzo dell’addio e su di esse pesa l’incertezza riaffermata, in queste ore, anche al G20 dove Usa, Cina, Giappone hanno levato messaggi severi avvertendo Londra dei rischi del fallimento. E Westminster, alla prima prova di dibattito parlamentare sull’ipotesi di un nuovo referendum, non è stato da meno con un acceso dibattito che ha visto deputati Labour, LibDem e nazionalisti scozzesi attaccare il ministro di Brexit, David Davis, sospettato di non aver alcun piano per gestire l’uscita britannica dall’Unione. Il responsabile della trattativa con Bruxelles, euroscettico da sempre, è stato accusato di aver illustrato un «piano straordinariamente vuoto…senza date, dettagli.. senza dire assolutamente niente», hanno denunciato in coro i deputati contrari all’uscita di Londra dalla Ue.
La polemica politica riesplode, dunque, mentre il “mood” economico nell’immediato è sorretto dal pragmatismo di una congiuntura trainata dalla svalutazione della sterlina che perde il 10% sul dollaro dal picco di giugno. Il Pmi di ieri Markit\Cips relativo ai servizi nel mese di agosto è stato particolarmente incoraggiante con un balzo di 5,5 punti, avendo raggiunto il 52,9 rispetto al 47,4 di luglio. Una progressione senza precedenti negli ultimi 20 anni, giunta dopo una caduta di 4,9 punto (giugno su luglio). Dati che seguono quelli relativi alla manifattura. Anche in quel caso il balzo del Pmi, dal 48,3 di luglio al 53,3 di agosto, è stato da primato. Il motivo della progressione sul cotè manifatturiero è stato così spiegato da Rob Dobson economista di Markit. «La svalutazione della sterlina ha fatto registrare nuovi ordini». Nessuno crede, tuttavia, che la Brexit non sia più un rischio. A Markit sono convinti che sia troppo presto per dire se si sia trattato «solo di un rimbalzo o di un recupero duraturo. Di sicuro lo shock iniziale s’è dissolto». Secondo Capital Economics il cambio è stato determinato dal pound che ha trainato gli ordinativi «tanto da innescare spinte inflazionistiche». Previste dal governatore Mark Carney, ma non temute abbastanza da convincerlo a cambiare l’allentamento monetario deliberato ai primi di agosto. Capital Economics resta convinta che la recessione sarà evitata. Stagnazione nella seconda parte dell’anno, dunque, è lo scenario prevalente.
I dati sull’economia britannica che saranno diffusi nei prossimi giorni aiuteranno a capire meglio la piega che si sta delineando. Quelli sull’immobiliare, in particolare, sono osservatorio privilegiato per capire, soprattutto, il destino di Londra. I fondi dell’immobilare commerciale restano, come detto, congelati, mentre sul residenziale, nella capitale, ci sarebbero inattesi segnali di crescita dei prezzi per l’arrivo di compratori esteri allettati dal pound debole. La sterlina si conferma il grande ammortizzatore di una crisi che ha, forse, superato l’emergenza immediata, ma non disinnescato i rischi di un divorzio solo annunciato.

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