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L’economia digitale? Vale 30 miliardi

 

MILANO — Il 23 dicembre del 1987, mentre al cinema giravano ancora pellicole come Full Metal Jacket, Dirty Dancing o Wall Street, fu spedita una lettera cartacea che può essere considerato l’atto costitutivo dell’economia digitale in Italia. Era la richiesta per la registrazione del primo dominio italiano, una pagina web ante litteram del Cnr che, come diremmo oggi, non era nemmeno online. Bisognerà attendere il 1991 per avere il primo vero e proprio sito web in senso moderno, quello del Cern. Da quel dicembre il linguaggio intorno ai noi è cambiato assorbendo come un camaleonte il cambiamento. Parole come web, online e digital divide sono entrate nei dizionari diventando di uso comune. Solo i siti con il suffisso «. it» — gestiti ancora oggi da un ramo del Cnr— hanno superato quota due milioni e gli italiani hanno imparato più o meno ad usare il web, almeno per fare ricerche, informarsi, confrontare prezzi e, soprattutto, organizzarsi le vacanze e i viaggi risparmiando qualche euro. Ma il cambio in corso d’opera nel nostro interagire quotidiano con computer, tablet e smartphone è molto più di quello che si vede. In soldoni, dicono ormai gli esperti, vale la legge più Internet uguale più Pil. E per la prima volta uno studio commissionato da Google a Boston Consulting Group permette di avere una stima anche in Italia di questa equazione digitale. «L'internet economy italiana nel 2010 ha rappresentato il 2%del Pil — spiega Marc Vos, partner &managing director di Bcg — cioè oltre 30 miliardi. Stimiamo possa superare il 4%nel 2015» . Difficile fare una valutazione relativa perché non esiste un’unica metodologia. In Francia, per esempio, il contributo calcolato da McKinsey è stato del 3,7%, oltre i 70 miliardi. Ma ciò che conta è la crescita. E se verranno rispettate le condizioni migliori prospettate dal rapporto Bcg tra il 2009 e il 2015 il tasso di crescita potrebbe essere del 18%. Quali sono queste condizioni? L’economia digitale non è acquistare un biglietto aereo online o usare il web per navigare. Il passaggio si avrà solo recependo le nuove regole produttive del gioco. L’esempio sotto gli occhi di tutti è la musica: è cambiato l’oggetto stesso che acquistiamo (il file), la fruizione che ne facciamo e anche il distributore che oggi è più iTunes che la Virgin. Internet è diventato un ingranaggio solido e sempre più visibile dell’economia e della catena produttiva. E la riprova potrebbe venire anche dal nostro tipico tessuto industriale fatto di pmi: secondo il rapporto, le piccole aziende che hanno usato il web per il marketing e le vendite sono cresciute in media dell’ 1,2%nell’ultimo triennio. Quelle che hanno solo una vetrina online sono calate del 2,4%. E quelle senza nemmeno un sito hanno perso il 4,5%.

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