Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

L’economia britannica resiste nonostante il caos di Brexit

La Gran Bretagna accumula scorte in vista di Brexit, alimentando la crescita del settore manufatturiero. Secondo gli ultimi dati resi noti ieri da Ihs Markit, l’indice Pmi dei responsabili degli acquisti è salito a 55,1 in marzo dal 52,1 di febbraio, ben oltre le previsioni, toccando i massimi da tredici mesi. L’indice è rimasto sopra quota 50, che indica crescita, per 32 mesi consecutivi. Il dato positivo britannico é in netto contrasto con il calo dell’indice Pmi dei Paesi dell’Eurozona e sembra indicare un’economia in buona salute. A ben guardare però potrebbe trattarsi di uno slancio di breve durata perché riflette una corsa ad aumentare le scorte prima della data di uscita dall’Unione Europea piú che un rafforzamento sostenibile della domanda.
Pmi trainato dalle scorte
L’indice Pmi sulle scorte è passato dal 59,9 di febbraio al 66,2 di marzo, il livello più alto mai toccato da un Paese del G-7. Le imprese britanniche stanno riempiendo i magazzini con beni d’importazione per precauzione in caso di intoppi e ritardi alle frontiere dopo l’uscita dalla Ue, soprattutto se si tratterà di “no deal”. Non investono in nuovi progetti e per questo l’aumento dell’indice Pmi molto probabilmente non avrà l’auspicato effetto benefico sulla crescita del Pil.
Pil a due facce
L’indice Pmi non è l’unico dato che si presta a interpretazioni di segno opposto. L’andamento del Pil dipinge bene il quadro dell’economia dal referendum Ue del giugno 2016 a oggi. Lo scorso anno il Pil è aumentato dell’1,4%, che per gli ottimisti è un livello piú che rispettabile, mentre per i pessimisti è la crescita piú lenta dal 2012.
L’economia britannica ha perso il 2,5% del Pil a causa di Brexit, secondo uno studio reso noto ieri da Goldman Sachs, ovvero 600 milioni di sterline ogni settimana da quando c’è stato il referendum. L’attendismo generato dalla situazione di incertezza ha portato a un calo degli investimenti delle imprese e della produzione industriale.
Produzione industriale in calo
Negli ultimi mesi, con l’approssimarsi di Brexit e l’aggravarsi della crisi politica, la crescita anemica della produzione industriale del dopo-referendum ha lasciato il posto a un netto calo. La produzione di auto, fiore all’occhiello del made in Britain, nell’ultimo trimestre è scesa del 4,9%, il calo piú rapido da un decennio.
La sterlina debole dovrebbe almeno sostenere l’export. La valuta britannica ha un andamento altalenante in linea con le vicende politiche legate a Brexit, ma vale il 12% in meno rispetto al giugno 2016.
Risale il deficit commerciale
Il deficit commerciale si è ridotto rispetto al 2016, ma non quanto fosse lecito sperare. Negli ultimi mesi inoltre è tornato a salire e in marzo ha toccato quota 13,1 miliardi di sterline. La Gran Bretagna sta importando di piú, come si vede dall’aumento delle scorte, e sta esportando di meno, in parte a causa del calo della produzione industriale e in parte a causa della flessione della domanda dalla Ue.
Secondo Ihs Markit, ci sono già segnali che le imprese Ue stanno già acquistando di meno da imprese britanniche in vista di Brexit. La Gran Bretagna non resterà immune dal rallentamento economico in corso nei Paesi europei che porterà inevitabilmente a un calo degli ordini.
Disoccupazione ai minimi
Il mercato del lavoro invece sembra sfidare Brexit. Il tasso di disoccupazione è calato dal 5% di prima del referendum all’attuale 3,9%, ai minimi dal lontano 1975. Mezzo milione di persone hanno trovato un lavoro nell’ultimo anno e 32,7 milioni hanno un impiego, un numero record.
L’altro lato della medaglia è che molti dei posti di lavoro creati sono a livello di salario minimo – introdotto 20 anni fa, il primo aprile 1999, e ieri per l’occasione ritoccato al rialzo. Diversi economisti rilevano che l’effetto ritardato della mancanza di investimenti produttivi, dell’incertezza su Brexit e della decisione di numerose imprese come Nissan di ridimensionare la loro capacità produttiva in Gran Bretagna potrebbero portare a una rapida inversione di tendenza e a un calo dell’occupazione. In un mercato del lavoro flessibile come quello britannico è facile trovare lavoro ma anche perderlo.
Il cancelliere Philip Hammond ha dichiarato con una certa soddisfazione che la resistenza dell’economia britannica durante le turbolenze di Brexit è stata davvero notevole. Ora però il futuro dell’economia dipende molto dal tipo di uscita dalla Ue.
I timori delle imprese
Dopo che il Parlamento ha respinto per la terza volta l’accordo di recesso concordato da Londra e Bruxelles, il mondo del business ha espresso costernazione per la situazione di stallo in cui si trova il Paese e grande preoccupazione per il futuro. Un’uscita senza accordo è considerata «una prospettiva da incubo».
In assenza di un’uscita negoziata, l’alternativa caldeggiata dalle imprese è quella di un lungo rinvio di Brexit che mantenga lo status quo e permetta di aprire nuove trattative per trovare una soluzione di lungo termine. Un accordo con la Ue per una soft Brexit, invece, potrebbe risultare in un dividendo inaspettato, con un sussulto di ottimismo e un rilancio degli investimenti da parte delle imprese.

Nicol Degli Innocenti

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Come prevedevano alcuni un mese fa, allo spuntare della lista di Bluebell per il cda di Mediobanca, ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Google entra nel mirino dell’Autorità antitrust italiana che, prima in Europa, ieri ha aperto un ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Le imprese e i committenti non saranno lasciati soli. Anche a chiarire la posizione di alcuni player...

Oggi sulla stampa