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L’Ecofin apre agli investimenti

La Commissione europea ha confermato ieri che nel 2014 analizzerà i bilanci nazionali escludendo dal calcolo del deficit gli investimenti infrastrutturali. Attualmente, il margine per l’Italia è limitato. L’annuncio è giunto mentre i ministri delle Finanze davano il loro sofferto benestare al trasferimento della vigilanza bancaria alla Banca centrale europea. Invece, è ancora in alto mare la questione della ricapitalizzazione delle banche in difficoltà finanziaria.
«Sulla base di un mandato chiaro e inequivocabile ricevuto dai capi di stato e di governo, la Commissione applicherà fin dai bilanci 2014 le linee-guida che ho proposto a suo tempo», ha detto il commissario agli affari economici Olli Rehn durante una conferenza stampa alla fine di una riunione dell’Ecofin qui a Lussemburgo. La decisione è giunta malgrado la discussione tra i ministri delle Finanze fosse terminata con divergenze di veduta.
La proposta della Commissione prevede lo scorporo degli investimenti produttivi dal calcolo del deficit sulla base di una serie di rigide condizioni. Il Paese deve avere un disavanzo inferiore al 3% del Pil e rispettare le nuove regole di riduzione del debito pubblico; nel contempo gli investimenti devono essere cofinanziati dall’Unione Europea e garantire un effetto positivo e di lungo termine alla crescita economica. Vale il principio del caso per caso.
Ieri l’Ecofin ha discusso le linee-guida della Commissione. Italia, Francia, e altri paesi del Mediterraneo e dell’Est Europa hanno appoggiato la proposta comunitaria. Germania, Danimarca e Bce hanno espresso dubbi. Temono aggiramenti del Patto di Stabilità. Dinanzi alle divergenze nazionali, la Commissione ha deciso di andare oltre. Secondo Rehn, l’Italia, la cui recente manovra «va nella giusta direzione», ha «margini stretti», se riesce a mantenere il deficit sotto al 3%.
Nel contempo, l’Ecofin ha dato il suo benestare preliminare a un piano di prestiti alle piccole e medie imprese che si basa tra le altre cose su una cartolarizzazione di crediti garantiti dalla Banca europea degli investimenti. L’operazione, secondo i calcoli di un rapporto comunitario pubblicato a giugno, dovrebbe generare finanziamenti per almeno 55-58 miliardi di euro. Rehn ha salutato l’approvazione, pur lamentando la mancanza di ambizione dei governi. Altre soluzioni erano più generose.
Sempre ieri, i ministri delle Finanze hanno approvato il trasferimento della vigilanza bancaria alla Bce, così come varato dal Parlamento europeo nelle scorse settimane. La riforma, che dovrebbe entrare a regime tra un anno, rimane orfana di alcuni aspetti: il meccanismo unico di risoluzione delle banche in crisi e il paracadute finanziario con cui ricapitalizzare le banche nel caso fosse necessario dopo l’analisi dei bilanci bancari (asset quality review) prevista dalla stessa Bce.
Il contrasto tra i Paesi è a due livelli. Il paracadute finanziario deve essere nazionale o europeo? E se europeo, la ricapitalizzazione deve essere diretta, attraverso il Meccanismo europeo di stabilità (Esm), o indiretta? Per semplificare le cose: la Germania e altri Paesi credono che la rete di protezione dovrebbe essere nazionale e che, nel caso, la ricapitalizzazione europea debba essere indiretta, e quindi passare attraverso il governo nazionale.
Francia, Italia e altri Paesi membri preferirebbero il paracadute europeo con ricapitalizzazione diretta delle banche in crisi, in modo da spezzare il circolo vizioso tra bilanci sovrani e bilanci bancari. Il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha avvertito ieri che come minimo per autorizzare la ricapitalizzazione diretta c’è bisogno di modificare la legge tedesca di approvazione dello statuto dell’Esm. Gli ostacoli su questo fronte restano molti e ardui.

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