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Leasing traslativo con restituzione

Il leasing è traslativo quando il bene, alla scadenza del rapporto, ha un valore superiore a quello stabilito per l’opzione di acquisto. In questo caso, i canoni versati costituiscono anche una quota del prezzo del successivo trasferimento di proprietà, e dunque al contratto si può applicare per analogia la disciplina prevista dal Codice civile per la vendita con patto di riservato dominio. Lo ricorda la Corte d’appello di Napoli (presidente Sensale, relatore Marinaro) nella sentenza 723 dello scorso 16 febbraio.
La controversia è stata promossa da una curatela fallimentare, che ha chiesto la condanna di una società finanziaria a restituire le somme incassate a titolo di canoni per il leasing di un’automobile non riscattata dal fallito ma riconsegnata alla stessa società. Con sentenza del 2012 il tribunale aveva condannato la finanziaria a pagare 18mila euro in favore della curatela, pari all’importo dei canoni versati dal fallito nel corso degli anni. La società ha presentato appello, sostenendo che il giudice di primo grado aveva errato nel ritenere che il contratto di leasing si dovesse assimilare a una vendita con riserva di proprietà. Secondo l’appellante, il giudice avrebbe dovuto considerare, invece, che i canoni costituivano il corrispettivo del godimento del bene locato all’impresa poi fallita.
Nel respingere il motivo di impugnazione, la Corte ricorda che, con la sentenza 65/1993, la Cassazione a Sezioni unite ha chiarito che esistono due forme di leasing finanziario. La prima è «caratterizzata da una stretta inerenza del contratto alle finalità dell’impresa», ha durata «pari all’obsolescenza tecnico-economica del bene» e ha funzione esclusivamente finanziaria. L’altra consente alle parti di realizzare un effetto traslativo del bene: si tratta di una locazione in cui non rilevano né la figura soggettiva di un imprenditore né la durata del contratto, che è inferiore al tempo di usura del bene. A questo tipo di leasing si applica in via analogica l’articolo 1526 del Codice civile, che, per il caso di risoluzione del contratto di vendita a rate con riserva della proprietà, prevede l’obbligo del venditore di restituire le rate riscosse, ma fa salvo il diritto a un equo compenso per l’uso della cosa.
La stessa Cassazione ha inoltre affermato – proseguono i giudici di Napoli – che si ha la figura del leasing di godimento («pattuito con funzione di finanziamento») quando i beni non sono idonei a conservare un apprezzabile valore alla scadenza del rapporto; in questo caso, il pagamento dei canoni rappresenta «esclusivamente il corrispettivo dell’uso» degli stessi. Invece, il leasing è traslativo quando, al termine del contratto, i beni hanno «un valore residuo superiore all’importo convenuto per l’opzione», sicché i canoni «scontano anche una quota del prezzo in previsione del successivo acquisto».
Nella vicenda in esame, è «difficilmente dubitabile» che la locazione finanziaria «avesse una funzione traslativa». Infatti, al momento dell’estinzione del leasing l’autovettura aveva il valore di 8.500 euro, «ampiamente superiore» all’importo di 184 euro stabilito per l’opzione di acquisto del bene. Di conseguenza, i canoni pagati non avevano solo la funzione di corrispettivo per l’uso del bene, ma comprendevano anche una quota del prezzo in vista del successivo acquisto.
La Corte accoglie invece il motivo d’appello con cui la società finanziaria aveva chiesto, in subordine, che le fosse riconosciuto un equo compenso per l’uso del mezzo. Secondo i giudici di secondo grado, infatti, al momento dell’estinzione del leasing il bene aveva il valore di 8.500 euro più Iva. Così la Corte, in riforma della sentenza del tribunale, ha condannato la finanziaria a restituire alla curatela l’importo di 8.250 euro, pari alla differenza tra la somma versata e il valore del mezzo.

Antonino Porracciolo

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