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Il leasing salta ma vanno pagate tutte le rate

Non è vessatoria in base al Codice del consumo (decreto legislativo 206/2005) la clausola che prevede la risoluzione di diritto del contratto di leasing per il mancato versamento di una sola rata e, al contempo, impone all’utilizzatore di pagare le rate che mancano alla scadenza del contratto. Lo afferma il Tribunale di Vicenza (giudice Lamagna) nella sentenza 1013 dello scorso 28 marzo.
La controversia scaturisce dall’opposizione a un decreto monitorio, con cui il tribunale aveva ingiunto, agli utilizzatori di un’imbarcazione agli stessi concessa in leasing, il pagamento di 925mila euro quale somma residua del maggior ammontare relativo all’operazione finanziaria. La società concedente, infatti, aveva dichiarato di volersi avvalere della clausola risolutiva espressa prevista dal contratto, giacché gli utilizzatori del bene avevano omesso il pagamento di due rate mensili. Si trattava, in particolare, della previsione contrattuale che attribuiva alla società la facoltà di sciogliere il contratto in caso di mancato versamento, alla scadenza, anche di un solo canone; previsione che, inoltre, imponeva agli utilizzatori di pagare tutti gli importi maturati e quelli ancora dovuti sino alla scadenza originaria del contratto, compresa la somma stabilita per l’esercizio della facoltà di acquisto.
Contro il provvedimento hanno presentato opposizione gli ingiunti, deducendo il carattere vessatorio della clausola e dunque la nullità della stessa in base alle regole del Codice del consumo. Ciò perché la previsione negoziale comportava, secondo gli opponenti, una disparità di diritti e di obblighi a loro svantaggio.
Nel respingere l’eccezione, il tribunale osserva che la regolamentazione pattizia della vendita non produce «alcuna violazione di principi inderogabili, né uno squilibrio economico rilevante tra i contrapposti interessi». Infatti, «rientra nell’autonomia delle parti» la possibilità di considerare decisivo «per la sorte del rapporto negoziale l’inadempimento dedotto, anche se di oggettiva modesta entità».
Inoltre l’acquisizione, da parte della concedente, dei canoni scaduti e non pagati e di quelli ancora non maturati realizza «la mera restituzione del capitale investito (…) e il conseguimento degli utili dell’operazione finanziaria», e dunque non determina un «indebito arricchimento della concedente in pregiudizio degli utilizzatori inadempienti».
In teoria, aggiunge il tribunale, si potrebbe ipotizzare una “mala gestio” della concedente al momento della rivendita del bene. Ma il Ctu nominato dal giudice aveva accertato che l’imbarcazione era stata venduta a prezzo di mercato e dunque senza alcun pregiudizio per gli interessi degli opponenti.
Tenuto conto, quindi, degli importi versati e della somma ricavata dalla vendita, il tribunale ha rideterminato il totale ancora spettante alla società concedente; così ha revocato il decreto che ingiungeva il pagamento di un ammontare maggiore di quanto dovuto e ha condannato gli opponenti a versare 250mila euro.

Antonino Porracciolo

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