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Leasing finanziario, regole in attesa di allineamento

Il leasing finanziario comporta spesso problematiche fiscali di un certo rilievo. Sono le norme in materia di assegnazione o estromissione dei beni d’impresa che, l’agenzia delle Entrate ha illustrato nella circolare 26/E/16, a imporre all’amministrazione finanziaria un difficile slalom per uscire dalle problematiche relative a Iva e imposte dirette, con scelte certamente obbligate, ma, come è stato osservato, a volte incompatibili tra loro.
I problemi relativi al leasing finanziario partono da lontano, ovvero dalla riforma societaria del 2003, quando il legislatore ha rinunciato a dettare norme più moderne per la contabilizzazione di tali operazioni. A quel tempo il legislatore non ha previsto l’obbligo di iscrivere i beni detenuti mediante contratti di leasing finanziario nel bilancio (= stato patrimoniale), scelta non in sintonia con la prassi internazionale. Infatti, nei principali Paesi comunitari i beni in leasing (finanziario) sono da molto tempo iscritti nell’attivo e nel passivo è iscritto il debito: l’ammortamento avviene in modo analogo ai beni di proprietà. Nel nostro Paese il problema non è tanto la mancata iscrizione dei beni nell’attivo del bilancio, ma la mancata iscrizione dei debiti relativi ai canoni residui: è vero che queste informazioni si trovano nella nota integrativa (articolo 2427 22 del codice civile), che è parte bilancio, ma il lettore deve ricostruire l’indebitamento in via extracontabile.
La mancata iscrizione dei beni in leasing, nello stato patrimoniale dell’utilizzatore, comporta distorsioni anche nel conto economico, perché sono contabilizzati nell’area gestionale i canoni di locazione, che comprendono anche la componente finanziaria, in luogo degli ammortamenti.
Tutto questo, tra l’altro, genera distorsioni anche nella valorizzazione delle rimanenze di fine esercizio che sono influenzate da costi “sospesi” non correttamente calcolati nella determinazione del costo di produzione, almeno per due ragioni: presenza della componente finanziaria e durata del leasing, generalmente diversa da quella dell’ammortamento. La possibilità di accorciare la durata dei contratti di leasing, offerta dalla legge n. 44/12, ha peggiorato ulteriormente la situazione e non contribuisce alla trasparenza dei bilanci.
Pertanto, il legislatore dovrebbe rivedere la scelta operata nel 2003 che non è mai stata felice, risolvendo così anche i problemi fiscali: il trattamento fiscale, come già avviene per le imprese che applicano i principi contabili internazionali, seguirebbe le norme relative ai beni di proprietà, evitando così l’applicazione di norme e regole fiscali di non facile applicazione.
Buone notizie in tal senso sono contenute nella relazione al Dlgs 139/15, di recepimento della direttiva 34/13, nella quale è precisato che, per il momento, la contabilizzazione del leasing resta immutata perché si è ritenuto preferibile mantenere l’attuale impianto normativo in attesa che si definisca il quadro internazionale e si possa riorganizzare la materia in modo complessivo.
Il quadro internazionale è ora definito, anche se le nuove regole saranno applicate obbligatoriamente dal 2019 una volta terminato il processo di omologazione, fatta salva l’applicazione anticipata. In sintesi, il nuovo Ifrs 16 abbandona la distinzione tra leasing finanziari e operativi e prevede un unico modello contabile che impone la contabilizzazione nell’attivo dello stato patrimoniale del diritto di utilizzo del bene e nel passivo del debito.
Si tratta di un modello che il nostro legislatore potrà seguire anche solo in parte, mantenendo a determinate condizioni l’attuale distinzione tra le due tipologie di leasing, la cui adozione risolverebbe molti problemi, non ultimi quelli fiscali.

Franco Roscini Vitali

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