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Leasing e concordato, applicazione ampia per le norme del 2015

No alla restituzione dei canoni pagati in caso di risoluzione del contratto di leasing (e di rilascio del bene) se il contraente è una società in concordato preventivo. Occorre infatti applicare l’articolo 169-bis della legge fallimentare anche se il fatto è avvenuto prima della riforma introdotta dal decreto legge 83 del 2015 e anche se il contratto è stato risolto per inadempimento dell’utilizzatore prima dell’apertura della procedura concorsuale.
Lo ha stabilito la Corte d’appello di Milano che, con la sentenza 1378, depositata l’11 aprile scorso (presidente Bernardini, relatore Pederzoli), ha respinto l’impugnazione di una società in concordato preventivo che si era già vista bocciare dal tribunale la domanda di restituzione dei canoni percepiti dalla società concedente prima della risoluzione del contratto. Una decisione che non appare condivisibile. Vediamo perché.
La riforma del 2015 ha risolto il dibattito sullo scioglimento dei leasing in corso al momento del deposito della domanda di concordato. In particolare, il nuovo comma 5 dell’articolo 169-bis della legge fallimentare (introdotto dal Dl 83/2015) prevede che «in caso di scioglimento del contratto di locazione finanziaria, il concedente ha diritto alla restituzione del bene ed è tenuto a versare al debitore l’eventuale differenza fra la maggiore somma ricavata dalla vendita o da altra collocazione del bene stesso avvenute a valori di mercato rispetto al credito residuo in linea capitale». E «il concedente ha diritto di far valere verso il debitore un credito determinato nella differenza tra il credito vantato alla data del deposito della domanda e quanto ricavato dalla nuova allocazione del bene». In sostanza, il comma 5 dell’articolo 169-bis estende al concordato le regole dettate per il leasing nel fallimento dall’articolo 72-quater della legge fallimentare.
La Cassazione (sentenze 2538/2016 e 8687/2015) ha però affermato che se il leasing si è risolto per inadempimento dell’utilizzatore prima del suo fallimento, la norma da applicare non è l’articolo 72-quater (e, quindi, in caso di concordato, l’articolo 169-bis), che presuppone che il leasing sia in corso, ma l’articolo 72, comma 5, sempre della legge fallimentare che, recependo l’orientamento della giurisprudenza prima della riforma, sancisce l’opponibilità alla massa dell’azione di risoluzione promossa prima del fallimento. Resta quindi valido il distinguo tra leasing di godimento e leasing traslativo e il concedente può far valere nei confronti del fallimento la domanda di risoluzione del contratto in base agli articoli 1458, comma 1, o 1526 del Codice civile, ferma la necessità di insinuarsi al passivo se con la domanda di risoluzione sono proposte anche domande restitutorie o risarcitorie.
Secondo la Cassazione, infatti, la determinazione del credito è regolata dall’articolo 72-quater solo se il leasing è pendente al momento dell’apertura del concorso e il curatore lo scioglie. Quindi, nel caso deciso dalla Corte d’appello di Milano, trattandosi di leasing traslativo risolto prima del concordato, il concedente, in base all’articolo 1526 del Codice civile, avrebbe avuto diritto alla restituzione del bene e a un equo compenso, e all’eventuale risarcimento del danno, l’utilizzatore alla restituzione delle rate riscosse dal concedente meno l’equo compenso per l’utilizzo.

Giovanni B. Nardecchia

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