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Leasing, azione contro il venditore

L’utilizzatore del bene acquistato in leasing può proporre le azioni di riduzione del prezzo e di risarcimento del danno direttamente nei confronti del venditore. Lo afferma la Corte d’appello di Napoli (presidente Giordano, relatore D’Avino) in una sentenza dello scorso 11 gennaio.
I fatti risalgono al 2008, quando l’appellante aveva stipulato un contratto di leasing con una Spa per l’acquisto di un’imbarcazione da diporto. Il natante si era sùbito mostrato inclinato su un lato; il che, secondo l’utilizzatore, impediva un normale uso del mezzo, dal momento che era necessario rettificarne continuamente l’assetto anche in condizioni metereologiche favorevoli. L’uomo si era quindi rivolto al tribunale per ottenere la riduzione del prezzo di acquisto e il risarcimento del danno per non aver potuto sfruttare per intero le prestazioni del mezzo. Dal canto suo, la venditrice aveva chiesto il rigetto della domanda, sostenendo che il bene non presentava alcun vizio che lo rendesse inidoneo all’uso a cui era destinato.
Con sentenza del 2012, il giudice di primo grado aveva respinto le richieste dell’attore, che ha quindi presentato appello per la riforma della pronuncia.
Nel decidere l’impugnazione, la Corte afferma, innanzitutto, che nella vicenda in esame non si possono applicare le norme del Codice del consumo contenute nel Dlgs 206/2005. È vero, infatti, che l’articolo 128 dello stesso Codice contiene «una nozione ampia di “bene di consumo”», nella quale rientrano quindi tutti i beni mobili, «anche quelli registrati in pubblici registri e anche le imbarcazioni e gli aeromobili». Tuttavia, la possibilità di far riferimento alla disciplina del Dlgs 206/2005 è esclusa dal fatto che l’imbarcazione era stata comprata da una società di leasing e non dall’utilizzatore. Peraltro, per i costi di acquisto e di gestione, quel natante è destinato a una limitata fascia di persone particolarmente esperte, che perciò non possono essere annoverate tra i soggetti tutelati dal Codice del consumo.
La Corte afferma quindi di condividere la sentenza di primo grado nella parte in cui ammette la legittimazione dell’utilizzatore del bene a proporre le azioni di riduzione del prezzo e di risarcimento del danno direttamente nei confronti del produttore del bene. Infatti, il leasing finanziario realizza un collegamento negoziale tra contratto di leasing e contratto di fornitura, «la cui causa in concreto – prosegue la Corte – è autonoma rispetto a quella dei singoli contratti collegati» ed è diretta «a garantire all’utilizzatore stesso il godimento del bene acquistato dalla società di leasing».
Nel caso esaminato, il Ctu aveva accertato che il difetto era «percepibile, prima ancora che con l’apposita strumentazione, già a occhio nudo». Si trattava di un vizio che non limitava la sicurezza della navigazione, ma che comunque incideva per il 15% sul prezzo di mercato dello stesso natante. Così, in base all’articolo 1490 del Codice civile (intitolato «Garanzia per i vizi della cosa venduta»), la Corte ha condannato la società produttrice a pagare all’appellante 66mila euro, pari al 15% del valore della barca.
I giudici di Napoli hanno, invece, respinto la domanda di risarcimento, giacché l’imbarcazione, nonostante il difetto, era «perfettamente idonea alla navigazione in sicurezza».

Antonino Porracciolo

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