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Le vite parallele di Bazoli e Geronzi

«Giovanni Bazoli e Cesare Geronzi non sono veri e propri banchieri. Geronzi è stato almeno direttore generale, ma Bazoli proprio non sa che cos’è una banca», ha detto Carlo De Benedetti rivolgendosi ai due che, con lui, Ferruccio de Bortoli e Roberto Napoletano, presentavano l’intervista che lo stesso Geronzi ha rilasciato a chi scrive ed è ora pubblicata in un libro intitolato Confiteor.
Nella sala Buzzati della Fondazione Corriere della Sera, si è sparso il dubbio che quelle parole fossero la spia di un raffreddamento dell’amicizia tra l’editore di Repubblica e il presidente di Intesa Sanpaolo. Qualcosa di analogo a quanto è accaduto, anni fa, tra lo stesso De Benedetti e Corrado Passera. Così non è. Bazoli non ha commentato il punto, considerandolo la battuta di un amico un po’ guascone. E De Benedetti continua a distinguere come prima tra il suo amico Nanni e Corrado.
Ma con quella battuta, De Benedetti ha colto sinteticamente un aspetto del sistema bancario italiano: i leader delle banche, da lui definiti power broker, mediatori di potere, si dedicano più a tessere la tela dei rapporti tra gli azionisti che a fare affari, organizzare l’attività creditizia, formare dirigenze. E, aggiungiamo noi, quando le loro banche gli affari li fanno, avendo in mente l’interesse della bottega e anche quello generale da loro interpretato, non sempre gli affari risultano indiscutibili.
Percorsi
Le carriere da numero uno di Bazoli e Geronzi iniziano nello stesso anno: il 1982. Allora, Cesare Geronzi viene nominato direttore generale della Cassa di Risparmio di Roma. Alle spalle ha due anni di esperienza quale vicedirettore generale del Banco di Napoli e 20 anni di cambi alla Banca d’Italia. Giovanni Bazoli viene indicato dal ministro del Tesoro, Nino Andreatta, alla presidenza del Nuovo Banco Ambrosiano. Da anni sedeva nel consiglio della Banca San Paolo di Brescia, di cui era vicepresidente. Sapeva dunque che cos’era una banca, ma è vero che non ne ha mai seguito gli arcani come, invece, fecero grandi banchieri a tutto tondo come Raffaele Mattioli ed Enrico Cuccia.
Mattioli e Cuccia guidarono per 40 anni Comit e Mediobanca senza fare né grandi acquisizioni né fusioni. Questa stabilità consentì loro di dedicarsi alle cure bancarie, formando solide culture aziendali. Alla Comit e in Mediobanca i capi provenivano sempre dall’interno finché nella prima la vena si esaurì, mentre nella seconda i nipotini di Cuccia e di Vincenzo Maranghi, oggi al potere, considerano la presidenza geronziana una parentesi impropria. In questo, le due più blasonate banche italiane si rivelano simili ai grandi gruppi industriali coevi che costituivano anche grandi scuole di management. Specialmente se non erano organizzati con la disciplina militare di una Fiat o di un’Eni, ma ospitavano tendenze diverse e non di rado contrastanti come l’Iri, la Montedison, l’Olivetti, la Snia.
Diversamente da Comit e Mediobanca, il Nuovo Banco Ambrosiano e la Cariroma hanno aggregato tutto l’aggregabile, e anche di più. In principio, il Nuovo Banco incorporò la Banca Cattolica del Veneto, poi acquistò la Cariplo, assorbì la Comit e infine si fuse, in un merger of equals, con il Sanpaolo Imi di Torino.
La Cariroma, invece, si prese le due banche romane dell’Iri, il Santo Spirito e il Banco di Roma. Poi rilevò quella privata, la Banca nazionale dell’Agricoltura. Comprò il Banco di Sicilia. Assorbì la Bipop-Carire e infine passò a Unicredit. In storie del genere non è possibile costruire culture aziendali omogenee. Il perimetro del gruppo e le esperienze destinate a conviverci sono troppe. La necessità di mediare tra gruppi manageriali e, soprattutto, tra azionisti acquista un rilievo centrale che non c’era in banche dagli assetti cristallizzati per decenni. In quelle costruzioni serviva intelligenza politica. Anzitutto.
Salvataggi
Naturalmente, queste vicende si possono discutere. Geronzi ama ripetere che la sua è la storia di un banchiere che ha fatto molti salvataggi. Non tutti condividono la sua versione. L’Iri, la Banca d’Italia e il governo Andreotti accettarono la doppia acquisizione del Santo Spirito e della Banca di Roma, proposta da Pellegrino Capaldo e da Geronzi, senza nemmeno cercare un’alternativa. Eppure, una volta, lo stesso Capaldo disse che, sulla carta, l’Iri avrebbe potuto tentare altre strade. La Banca Nazionale dell’Agricoltura era sì sottocapitalizzata, ma è stata comprata per una cifra non banale e poi venduta bene senza metterci denari; dunque un valore l’aveva, come osserva l’amministratore delegato dell’epoca Antonio Cassella. Idem dicasi del Banco di Sicilia. E così via.
Il Nuovo Banco Ambrosiano originò dal salvataggio delle attività del vecchio Banco di Roberto Calvi, che era stato messo in liquidazione coatta amministrativa. I soci del bancarottiere pagarono anch’essi il fio, non vennero pagati. Ma se la storia di Intesa Sanpaolo non è certamente storia di salvataggi, resta il fatto che la straordinaria complessità di questa banca enorme ha costi difficilmente comparabili con le economie di scala raggiunte e ancora da raggiungere.
Certo è che, in entrambi i casi, la costruzione dei grandi gruppi obbedì agli orientamenti della Banca d’Italia, prima con Antonio Fazio governatore e poi con Mario Draghi. La moral suasion di via Nazionale è stata esercitata in modi diversi, anche in seguito all’evoluzione delle norme. Ma, specialmente con Draghi, la concentrazione si prefiggeva l’obiettivo di preservare il controllo italiano delle banche maggiori senza ricorrere a veti, sempre più difficili da porre, ma aumentandone la stazza. In questo Bazoli e Geronzi sono stati, come si usa dire con espressione suggestiva ma anche imprecisa, i due banchieri di sistema. E, ancorché la cosa lo possa far inorridire come un’eterogenesi dei fini, tale è stato anche Alessandro Profumo quando ha preso Capitalia.
Interventismo
Il discorso cambia quando dalla concentrazione del sistema creditizio si passa all’intervento delle banche nell’economia in alternativa a Mediobanca che, senza peraltro dirsi mai tale, era stata per mezzo secolo la vera banca di sistema. Il salvataggio della Fiat, attraverso l’erogazione di 3 miliardi di euro nel 2002 sotto la forma inedita di un prestito convertendo in azioni, ha sì evitato il fallimento del primo gruppo industriale italiano, ma la successiva, affannosa fuoriuscita delle banche azioniste dalla Fiat è stata una scelta lungimirante o una fuga dalle responsabilità e dalle possibilità di dare all’azienda un futuro migliore di quello che ha oggi in Italia? E l’aver rifiutato da parte di Geronzi e di Banca Intesa la proposta di Maranghi per risolvere il caso Pirelli-Telecom ebbe come obiettivo lo sviluppo di queste due grandi imprese o la tutela degli interessi del suo azionista di riferimento?
Ai tempi suoi, con le aziende pubbliche da una parte e i grandi gruppi privati sotto la sua tutela, la Mediobanca di Cuccia e Maranghi qualche «padrone» lo licenziava (Leopoldo Pirelli e, adesso, Ligresti), qualche altro lo commissariava (gli Agnelli) e qualche altro ancora lo salvava a prescindere da ogni considerazione sulle capacità residue (i Falck) e di rispetto della legge (il Ligresti di ieri). I banchieri di sistema tendono a non licenziare nessuno. Lo farà il mercato finanziario? Visto com’è messo c’è da dubitarne.

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