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Le verifiche di Bankitalia

Il pressing delle authority, le richieste dei fondi attivisti e i costi dell’innovazione. Tre fattori che contribuiranno a cambiare gli attuali assetti delle Popolari. Il 2017 è stato un annus horribilis ma alla fine il sistema ha retto. Alcune Popolari sono scomparse, altre hanno registrato pesanti perdite. Ma ora tutte sono consapevoli che il tempo dell’immobilismo è finito e bisogna accettare le sfide imposte dal mercato. L’opera di pulizia del bilancio e rafforzamento del patrimonio sta proseguendo. E non mancano gli indizi di una ritrovata fiducia. Nelle prossime settimane, per esempio, le Popolari, azioniste del nuovo veicolo di Luigi Luzzatti, acquisteranno il 25% di Hi-Mtf Sim da Nexi. Un piccolo segnale che indica l’inversione di tendenza. In questo clima sorgono spontanee alcune domande. Chi si candida a guidare il settore? Quale sarà il ruolo di Banco Bpm e Ubi? Nascerà un Credit Agricole italiano?

Le partite

Se IntesaSanpaolo e UniCredit giocano ormai la loro partita in Europa, Mps sarà la cartina tornasole di una ritrovata stabilità ed efficienza. L’intervento della futura Cassa depositi è sempre dietro l’angolo, ma è evidente che qualsiasi soluzione pasticciata sarà bocciata dalla Bce, dall’Europa e dai mercati. In quest’ottica Banco Bpm e Ubi sono diventate sorvegliate speciali. La prima si fa preferire per i ricavi anche se il fardello Npl pesa sui conti. La seconda vanta maggiore solidità ma è ancora alle prese con una vecchia governance. Un passo indietro c’è Bper che avrebbe il giusto dna ma stenta a fare il salto di categoria. Popolare di Sondrio, Creval e Popolare di Bari sono destinate ad essere aggregate non avendo le dimensioni per giocare una partita autonoma. Nei prossimi mesi, comunque, tutte saranno costrette a scelte importanti.

La spinta degli investitori esteri è continua e pochi sono i margini di manovra. Creval, complice l’aumento di capitale, è diventata terreno dei fondi attivisti che detengono circa il 90% delle azioni, capeggiati da Steadfast (8,5), Denis Dumont (5,8), Algebris (5,3) Hosking (5). La loro strategia è semplice. Aspettano un rilancio reale o una fusione vantaggiosa: se non li avranno, sono pronti a far saltare il consiglio. Stesso discorso alla Popolare di Sondrio dove Amber e Oceanwood, che controllano il 10% del capitale, stanno già mettendo alle strette i vertici per la trasformazione in spa, diventata obbligatoria dopo la sentenza della Consulta.

Gli equilibri economici raggiunti sono, comunque, instabili. Una frenata del Pil, la crescita dello spread o politiche fiscali troppo aggressive possono mandare in fumo il lavoro svolto. Il macigno dei crediti deteriorati grava ancora sui conti economici. Non è un caso che un mese fa Banca d’Italia abbia avviato un’indagine per verifiche più approfondite sul Cet1. L’organo di vigilanza ha chiesto sostanzialmente due fotografie. La prima, relativa ai conti 2017, deve fornire uno spaccato dei prestiti secondo i principi contabili Ias39. La seconda si focalizza, invece, sui conti di inizio 2018, momento in cui le banche hanno varato i nuovi accantonamenti. Via Nazionale ha chiesto di specificare le extra-coperture, differenziandole per stato di salute dei crediti e valore delle garanzie. La richiesta nasce perché si teme che alcune banche abbiano sfruttato troppo le politiche di bilancio. Gli istituti devono indicare i portafogli dei crediti deteriorati che intendono cedere, le loro coperture e le probabilità di farlo. L’analisi consentirà di mettere a fuoco quali istituti sono in grado di rispettare i coefficienti, sapendo che il peso degli attivi continua a contrarsi e i ricavi netti da interesse rimangono contenuti. Gli utili sono tornati positivi, grazie al miglioramento dell’efficienza operativa ma anche al calo degli accantonamenti. Insomma, due fotografie che chiariranno lo stato di salute delle Popolari e le ambizioni di Banco Bpm e Ubi.

Nel 2018 le stime medie degli analisti prevedono per il Banco ricavi di 4,6 miliardi, un utile netto di oltre 500 milioni e una percentuale di crediti deteriorati lordi intorno al 14,2%; per Ubi le revenues dovrebbero attestarsi intorno ai 3,7 miliardi, il profitto a 350 milioni mentre il ratio Npe dovrebbe aggirarsi intorno al 12,3%. Dati positivi ma ancora non in linea con l’Europa dove per le grandi banche la percentuale di crediti deteriorati lordi è circa il 10%. Per entrambe l’obiettivo è dunque migliorare il loro ratio e raggiungere 5-6 miliardi di ricavi. Serve un balzo dimensionale che non può avvenire solo per linee interne. Da qui la necessità di nuove aggregazioni.

Protagonisti

Molti i contatti in corso, ma poche le reali trattative anche se c’è chi addirittura ipotizza una fusione tra Bpm e Ubi. Se il benchmark sono le dimensioni, il Banco parte favorito. Giuseppe Castagna, stretto tra il presidente Carlo Fratta Pasini e il direttore generale Maurizio Faraoni, sta consolidando le attività agevolato in ciò anche dalla nuova compagine azionaria. Dopo la fusione, e soprattutto con la trasformazione in Spa, a dominare sono gli investitori internazionali. «Hanno oltre il 60% del nostro capitale» ama ripetere Castagna. Invesco e Capital research controllano il 5%, il fondo scandinavo Norges circa il 3%, appena sotto compaiono BlackRock e Vanguard. Nelle ultime settimane va segnalato poi l’ingresso (1,2%) della Fondazione Crt, ente storicamente legato a Unicredit. La pattuglia degli enti è consistente: Carilucca ha l’1,2%, Cariverona l’0,5% seguono Carimodena e la Cassa di Alessandria. Da vari mesi le fondazioni stanno modificando il loro portafoglio riducendo quote di vecchie partecipazioni e comprando nuove azioni come se seguissero una precisa strategia. Sta avvenendo una specie riallocazione di asset che potrebbe favorire la nascita di nuove aggregazioni. Nella stessa Ubi i due principali azionisti stabili sono due enti pubblici: la Cassa di Cuneo (6%) e la Banca del Monte di Lombardia (5%).

La ricerca dei partner

L’unico fatto certo è che le fondazioni si candidano a essere gli azionisti stabili di questo processo di cambiamento. Castagna, comunque, ha incontrato quasi tutte le banche popolari. Banco Bpm ha avuto contatti con Bper, le due popolari della Valtellina e con Carige. La Cassa di risparmio di Genova, alla perenne ricerca di un equilibrio tra la famiglia Malacalza e gli altri azionisti, sarebbe un’aggregazione ideale, specialmente sotto il profilo della copertura geografica.

Per ricavi, il partner ideale è la Popolare di Sondrio che però, in attesa di cambiare statuto, nutre ancora ambizioni regionali e guarda a Creval. L’istituto, guidato da Mario Alberto Pedranzini, ha trattato a lungo anche con Bper. E proprio da Modena potrebbero venire delle novità. Il controllo della banca è nelle mani di Unipol e di altre due Fondazioni. Carimodena, cedendo parte della quota in Unicredit, ha acquisito il 3%, legando il suo destino al Banco di Sardegna presente nel capitale sempre con un 3%. Insieme ad altri azionisti privati le due fondazioni hanno coagulato un pacchetto del 10%. Il tormentato accordo con Unipol, primo azionista con un altro 10%, ha contribuito a cambiare il consiglio e a stabilizzare il controllo. Con una proprietà definita ma non definitiva la banca può adesso tornare a guardarsi attorno. Sfumata l’ipotesi Carige, dove l’Unipol ha ceduto il suo pacchetto di azioni, restano aperte le strade che portano a Milano o a Sondrio. A dare le carte è il numero uno di Unipol Carlo Cimbri a cui però fa da contraltare Ettore Caselli che sarà presto nominato presidente onorario.

La situazione di Ubi è più delicata. Soprattutto per motivi di governance. In autunno si terrà l’assemblea che approverà l’abbandono del modello duale in vista dell’adozione del sistema monistico. Una scelta inevitabile ma non priva di incertezze. Nell’istituto le spinte tra le due anime, bresciana e bergamasca, sembrano sopite. La creazione di un futuro consiglio unico è pensabile però crei le solite tensioni. Sapendo poi che il primo azionista dell’Istituto è la Fondazione Cassa di Cuneo, seguita dalla Banca del Monte della Lombardia (5%) e dagli investitori esteri Silchester (5%) Capital research (5%) e Hsbc (4,6%). Come se non bastasse nelle scorse settimane, il gup di Bergamo ha disposto il rinvio a giudizio per i principali protagonisti della banca bergamasca. Una vicenda che peserà sulle scelte future. Sotto il profilo industriale, da tempo Massiah sta lavorando per una integrazione con il Monte Paschi. Il tema è stato già portato in consiglio, anche se la banca ha seccamente smentito, ma alla fine è prevalsa la linea che punta su uno sviluppo graduale. La voglia di crescere, comunque, resta intatta.

Da qui i nuovi contatti, con un sguardo molto attento, dicono a Piazza Affari, soprattutto a quello che avviene a Sondrio.

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