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Le (vere) condizioni per evitare il referendum Il pressing di Berlino

Un ciclone si è rovesciato addosso ad Alexis Tsipras e al governo di Syriza al potere ad Atene. La scelta di chiamare i greci a un referendum sulla proposta di programma di aiuti avanzata dai creditori del Paese ha esposto l’esecutivo di sinistra non a critiche generiche: a un’ondata di avvertimenti sulle conseguenze della decisione presa. Tutto, tra il weekend scorso e ieri, si è messo in movimento in Europa per mettere i greci di fronte alle responsabilità dei loro leader. Per vie ufficiali e per canali informali. 
Il risultato è stata la mossa, si direbbe disperata, di Tsipras di fare una proposta ai creditori palesemente inaccettabile — infatti non accettata, però lasciando aperta la porta del dialogo, fatto che tiene il governo ellenico sulla corda. Il leader greco in cinque mesi, da quando ha vinto le elezioni lo scorso 25 gennaio, ha distrutto il patrimonio politico che aveva conquistato con una trattativa che lo ha portato in un vicolo cieco. A Berlino, a Bruxelles, a Francoforte e in tutte le capitali europee i governi lo sanno: il primo ministro greco non è più in grado di mediare, o cede alle pressioni europee e accetta un compromesso oppure va allo scontro del referendum di domenica prossima con buone chance di perderlo. Su questa base, ieri le pressioni su Atene sono diventate massicce. Di primo mattino, Tsipras ha visto un’intervista di uno dei membri più autorevoli della Banca centrale europea che per la prima volta evocava la possibilità che la Grecia uscisse dall’euro. Benoît Cœuré, membro del comitato esecutivo della Bce, ha sostenuto che l’abbandono della moneta unica da parte di Atene, «finora una questione teorica, sfortunatamente, non può più essere esclusa».
In nottata, al premier ellenico era arrivata la proposta del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker per un ultimo tentativo di compromesso: avanzava una proposta non dissimile all’ultima fatta domenica sera, per testare un eventuale ripensamento di Tsipras. Inizialmente, un rifiuto da parte del leder greco. Con il passare delle ore, però, le pressioni su Atene crescevano. Un rosario di politici di diversi Paesi europei sosteneva che il referendum greco sarebbe stato un sì o un no all’euro: per chiarire che il tempo delle manovre negoziali è più che scaduto. Da Berlino, Angela Merkel faceva sapere che spazi per nuove trattative prima del referendum non ce ne sono: Atene può solo accettare le proposte dei creditori. Sotto pressione, Tsipras avanzava la proposta di un terzo programma di aiuti, ma senza prendere impegni: non accettata.
Da oggi siamo su un terreno inesplorato. La fine degli aiuti alla Grecia, scaduti questa notte, e il mancato pagamento della rata da 1,55 miliardi al Fondo monetario internazionale (la prima volta che succede per un Paese avanzato) hanno segnato un punto di svolta nei cinque anni di salvataggio ellenico. In questo clima, da Francoforte ieri arrivavano voci di una Bce forse più dura verso le banche greche, almeno una delle quali oggi potrebbe risultare insolvente se una riunione dei Governatori della banca centrale renderà più strette le regole per fornire liquidità d’emergenza agli istituti di credito. In ambienti politici di Berlino, intanto, si parlava di telefonate tra leader europei e un po’ tutti ad Atene, certo il governo ma anche i partiti di opposizione e lo stesso presidente della Repubblica Prokopis Pavlopulos.
L’obiettivo è tenere sotto pressione le autorità greche. Il fatto che oggi i ministri delle Finanze siano pronti a discutere di prima mattina una nuova proposta che dovrebbe arrivare da Tsipras non è solo un atto dovuto. È anche un modo per tenere aperta la porta a una eventuale svolta a U del premier ellenico: l’accettazione del piano dei creditori che renderebbe inutile il referendum di domenica. Sarebbe quasi certamente la fine del governo di Syriza. Molti ci sperano, in Europa: non cancellerebbe la crisi ma la metterebbe su binari diversi. Altri dubitano che il partito di Tsipras alzi bandiera bianca senza combattere la battaglia del referendum.
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