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Le vendite della Fca sul mercato Usa nel mirino di Fbi e Sec

Sec e Dipartimento della giustizia Usa, attraverso l’Fbi, indagano sulle vendite di Fca. La notizia, rilanciata ieri da Bloomberg, ha provocato un calo in Borsa ma il titolo si è subito ripreso. In un comunicato diffuso in serata il Lingotto dichiara di «prestare piena collaborazione alle indagini». Secondo le accuse che le autorità Usa starebbero verificando, Fca avrebbe indotto alcuni concessionari a gonfiare il rendiconto mensile sulle vendite per far figurare una quota di mercato migliore.
Tutto nascerebbe dalla denuncia di due concessionari del gruppo Napleton, con sede vicino a Chicago e in Florida. I due avevano affermato di essere stati convinti dall’azienda a dichiarare vendite superiori al reale in cambio di una mazzetta da 20 mila dollari. A metà gennaio, in un comunicato, Fca aveva affermato di aver chiesto ai due concessionari le prove delle loro accuse «ma i dealer si sono rifiutati ». Secondo l’azienda «questa causa non è nulla più che il prodotto della frustrazione di due concessionari che non hanno adempiuto agli impegni presi nel contratto sottoscritto con Fca». Sempre secondo l’azienda i due accusatori avrebbero «usato per diversi mesi la minaccia di avviare il contenzioso nell’ingiusto tentativo di costringere Fca a riservare loro un trattamento speciale». Un ricatto insomma, che avrebbe prodotto una causa penale come ritorsione.
Sec e Dipartimento di giustizia hanno però valutato che, prima di archiviare il caso come frutto di una lite di interessi tra un concessionario e la casa produttrice, fosse meglio approfondire. Così la Sec, la società di controllo sulla Borsa Usa, ha aperto l’indagine perché, se fossero vere le accuse dei concessionari, a vendite gonfiate finirebbero per corrispondere incassi gonfiati e dunque dati di bilancio fasulli. Un’ipotesi molto grave per una società quotata a Wall Street. Su questo punto il comunicato di ieri sera del Lingotto è molto circostanziato: «Nelle sue relazioni finanziarie annuali e trimestrali – dice la nota di Torino – Fca riporta i ricavi sulla base delle sue spedizioni a concessionari e clienti e non sulla base delle unità riportate come vendute a clienti finali dei concessionari ». In sostanza, lascia intendere Fca, se anche un concessionario avesse fornito una indicazione falsa sulle vendite ai suoi clienti questo non avrebbe effetti sui dati di bilancio della società perché per comporre il bilancio si usano gli incassi delle vendite dell’azienda ai concessionari e non quelli che derivano dalle vendite dei concessionari ai clienti finali.
Diverso è invece il profilo penale su cui indaga il Dipartimento di giustizia. Qui si tratta di accertare se l’accusa di aver gonfiato i dati spingendo i concessionari a dichiarare il falso è fondata. Fca ha sempre sostenuto che i due concessionari si sono inventati la storia della mazzetta per fare dispetto all’azienda che non veniva incontro alle loro richieste. Ora sarà la magistratura Usa ad accertare chi ha ragione. Per farlo l’11 luglio scorso agenti del Dipartimento si sono recati negli uffici della direzione Fca ad acquisire documenti. Auburn Hills sostiene di aver fornito al Dipartimento la massima collaborazione.
Anche la Bmw era stata accusata, nei mesi scorsi, di aver manovrato illecitamente per far salire le vendite. In quel caso la casa era accusata di aver pagato 1.750 dollari per convincere i concessionari a utilizzare determinati modelli come auto di cortesia da prestare ai clienti in caso di guasto della loro autovettura. In Usa, diversamente da quanto accade in Europa, non è il ministero dei Trasporti a fornire i dati sulle immatricolazioni. Le vendite mensili sono invece comunicate direttamente dalla diverse case automobilistiche.

Paolo Griseri

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