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Le variabili tempo e alleanze sulle manovre incrociate

E nel «triangolo della politica» — che include Palazzo Chigi, Montecitorio e Palazzo Madama — ci si stava preparando all’evento per il 14 gennaio: ce n’è traccia nelle conversazioni riservate delle massime cariche e nell’organizzazione del cerimoniale per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che si stava già predisponendo. C’è un motivo quindi se ieri in Parlamento la frase con la quale Napolitano ha annunciato la sua «imminente» decisione, è stata legata al compromesso sulla legge elettorale, la clausola di salvaguardia che sposta al settembre del 2016 l’entrata in vigore dell’Italicum.
Si tratta di un elemento con cui Renzi stabilizza il quadro politico, rasserena deputati e senatori sulla durata della legislatura e facilita il percorso delle riforme. Ma il rischio è che i due disegni di legge si fermino in Parlamento a un passo dall’approvazione per dover lasciare strada alle votazioni sul Quirinale. Per favorire il varo dei provvedimenti, e quindi Renzi, Napolitano potrebbe posticipare di qualche giorno le dimissioni, così da lasciare dopo aver raggiunto l’obiettivo: quello cioè di aver consegnato un Paese che si avvia ad ammodernare le istituzioni e dotato di un nuovo sistema elettorale.
È da vedere se le previsioni sulla «data» — che accomunano autorevoli esponenti di maggioranza e opposizione — si realizzeranno. Ma già il solo esercizio interpretativo sulle volontà del capo dello Stato testimonia come proprio «la data» sia determinante nelle manovre per il Quirinale. Manovre che sono in corso e si alimentano ogni giorno con le solite voci e i soliti nomi: l’ultimo ritorno di fiamma è Mattarella, ex giudice della Consulta, ministro ai tempi della Dc e anche dell’Ulivo, attorno a cui viene ritagliato l’identikit di Palazzo Chigi. È una personalità che — secondo gli uomini di Renzi — Berlusconi farebbe difficoltà a non accettare, visto che il suo nome richiama all’estremo sacrificio nella lotta alla mafia.
Non è dato sapere se si tratti di una mossa diversiva o se l’indicazione sia stata formalizzata al Cavaliere, che di Mattarella rammenta le dimissioni dall’ultimo governo Andreotti — insieme ad altri quattro ministri della sinistra dc — in polemica per il decreto con cui vennero riaccese le tv del Biscione. Una cosa è certa: la corsa per il Colle è troppo lunga per essere già terminata. Anzi, nemmeno è iniziata che si intravvedono i bagliori dello scontro. È bastato che ieri il ministro Boschi prospettasse un metodo, in base al quale il Pd proporrebbe «un nome» agli altri partiti, per far saltare i nervi anche all’Ncd. Parafrasando un famoso slogan della campagna elettorale del ‘48, Cicchitto ha avvisato l’alleato: «Nel segreto dell’urna Dio ti vede, Renzi no»…
Altro che Grillo e Salvini: il premier non può perder tempo, e prima di trovare l’intesa con il Cavaliere deve compattare la maggioranza e il suo partito. D’altronde la clausola di salvaguardia sulla legge elettorale non è stato solo un segno distensivo verso Forza Italia, ma anche — anzi soprattutto — verso la minoranza interna. Eppure, proprio nel Pd temono che l’emendamento «salva legislatura» possa essere un cavallo di Troia, perché basterebbe un decreto del governo per cambiare data all’introduzione dell’Italicum. A quel punto, come si comporterebbe il nuovo capo dello Stato? Perciò l’opposizione dem chiede per il Colle «una figura di garanzia».
E si torna alla sfida sul Quirinale, sfida che non può iniziare senza l’ufficializzazione dell’addio da parte di Napolitano. Nel frattempo, però, all’ombra della partita decisiva, il premier ne sta giocando altre, e non di secondo piano. L’attesa per il varo dei decreti attuativi al Jobs act ha allertato quanti — da Sacconi a Ichino — temono cedimenti verso il fronte filo-Cgil. Ma Renzi potrebbe smentire se stesso e la campagna che ha fatto in Europa? È Natale, e in Parlamento c’è l’ingorgo. In verità anche a palazzo Chigi, dato che il premier sta pensando di convocare due distinti Consigli dei ministri: l’ultimo nel giorno di vigilia, per mettere sotto l’albero il decreto sull’Ilva.

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