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Le tutele del «Jobs Act» per 12 milioni di lavoratori

Non solo articolo 18 e contratto a tutele crescenti. Il piatto forte del Jobs act all’esame del Parlamento è la riforma degli ammortizzatori sociali, che punta a creare un sistema di sussidi a copertura universale per i disoccupati e a rivedere le regole della cassa integrazione, rendendo più stringenti i requisiti di accesso. Un sistema che dovrebbe “assicurare” una platea di circa 12 milioni di lavoratori.
Un obiettivo ambizioso, che parte da lontano – protocollo del Welfare del 2007, collegato lavoro del 2010 e legge «Fornero» del 2012 avevano già tentato un riordino dei sussidi per il sostegno al reddito – e che dovrà fare i conti, inevitabilmente, con il nodo delle risorse. E con la difficile sfida di non aumentare il costo del lavoro: secondo un’elaborazione della Uil su dati Inps, i contributi a carico di aziende e lavoratori per finanziare il sistema degli ammortizzatori sociali ammontano già mediamente a 8,4 miliardi l’anno.
Per dare il via al nuovo welfare modello flexecurity si stanno cercando, in vista della legge di Stabilità, altre risorse, tra uno e due miliardi. L’obiettivo è riequilibrare un sistema che oggi è molto sbilanciato sulle politiche passive del lavoro (come la Cig) per le quali nel 2013 sono stati spesi 23,5 miliardi (15 miliardi per le prestazioni e 9 di contributi figurativi) contro i circa 5 miliardi investiti sulle politiche attive (riqualificazione, formazione ecc.).
I sussidi per i disoccupati
È vero, però, che la strada imboccata dalla legge «Fornero», e che anche il Governo Renzi sembra intenzionato a seguire, è quella dell’ampliamento delle prestazioni anche su base assicurativa. Ovvero, con un aumento dei contributi a carico delle imprese e dei lavoratori, per finanziare le tutele. Così è stato per l’Aspi, la nuova assicurazione sociale per l’impiego che ha rimpiazzato l’indennità di disoccupazione: è stata estesa agli apprendisti e ai soci lavoratori delle cooperative, ma con un aumento dell’1,4% dei contributi sui contratti a termine, e con un ticket sui licenziamenti a carico dei datori di lavoro. Un contributo obbligatorio che sarà triplicato, dal 2017, per i licenziamenti collettivi, quando l’eccedenza di personale non sia stata dichiarata in seguito a un accordo sindacale.
La nuova riforma del lavoro dovrebbe estendere ulteriormente l’Aspi a un milione e mezzo di lavoratori atipici, tra collaboratori e altri impiegati con formule flessibili. Per i lavoratori iscritti alla gestione separata dell’Inps, peraltro, la legge Fornero ha già previsto l’innalzamento progressivo dei contributi, fino ad arrivare al 33% nel 2018.
Il nodo della Cig
Sul fronte delle tutele in costanza di rapporto, a restare in piedi sarebbero solo la Cig ordinaria per momentanei cali di produzione e quella straordinaria per ristrutturazioni aziendali, che però potrebbero essere attivate solo dopo aver messo in pratica riduzioni dell’orario di lavoro. Il tutto finalizzato a limitare il ricorso al paracadute della Cig solo ai casi di vera necessità, escludendola nei casi di fallimento e chiusura dell’azienda.
La Cig in deroga, ciambella di salvezza delle piccole imprese, è destinata a sparire a fine 2016. Al suo posto ci saranno i fondi di solidarietà, che però costeranno di più a lavoratori e imprese (si veda l’articolo nella pagina a fianco) e stanno decollando a fatica. E il Fondo residuale istituito presso l’Inps per tutelare i lavoratori nei casi di riduzione o sospensione dell’attività, nelle aziende sopra 15 dipendenti dei settori non coperti né da integrazione salariale né da fondi di solidarietà bilaterali, non potrà erogare prestazioni in carenza di disponibilità.

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