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Le truffe guidano i reati «231»

di Andrea Maria Candidi e Giovanni Parente

Truffe ai danni dello Stato e indebita percezione di contributi pubblici. Sono il principale motivo di contestazione nei fascicoli aperti presso le Procure italiane in relazione all'applicazione del Dlgs 231/01 sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica. La quota sul totale delle notizie di reato tra il 2008 e i primi quattro mesi dell'anno è pari a circa il 34 per cento. Subito dietro ci sono i procedimenti avviati per corruzione e concussione (24,2%) e quelli per i reati connessi alla sicurezza lavoro. Quest'ultima voce registra un trend in aumento negli ultimi tre anni, così come i reati di ricettazione e riciclaggio (anche se in presenza di valori assoluti e relativi inferiori).

I dati emergono dal monitoraggio effettuato dal Sole 24 Ore e a cui hanno risposto 37 Procure della Repubblica distribuite su tutto il territorio italiano. Nel complesso si tratta di cifre non alte. La spiegazione principale è che la 231/01 non ha solo una funzione repressiva, ma soprattutto di prevenzione che passa attraverso l'adozione dei modelli organizzativi all'interno delle società, finalizzati appunto a evitare la commissione dei reati. I numeri, comunque, fanno emergere anche un'altra evidenza. Il ricorso al sequestro e alla confisca per equivalente avviene almeno nel 10% dei casi. A questo proposito, infatti, va considerato che il provvedimento può essere relativo a procedimenti che sono stati incardinati in anni precedenti.

Il peso specifico superiore delle contestazioni in base all'articolo 24 è confermato anche dai magistrati che si occupano più da vicino della materia. «Le truffe possono consistere nell'utilizzo di fondi pubblici che vengono ottenuti indebitamente o vengono stornati dalla destinazione stabilita – spiega Vincenzo Pacileo, sostituto procuratore a Torino – e si può trattare di risorse statali, regionali o dell'Unione europea». Le specificità dell'illecito fissano poi anche la competenza territoriale: «Per i casi in cui l'atto dispositivo si identifica come omessa revoca di un contributo – precisa Paolo Ielo, sostituto procuratore nella Capitale – Roma è il luogo in cui si consuma». Non tutte le fattispecie sono “uguali” tra loro. «La difficoltà di gestire una notizia di reato relativa alla corruzione è legata alle complessità tipiche di un processo in questa materia con tempi in genere più lunghi».

La prospettiva da cui guardare la 231 non può essere solo quella della sua traduzione sul versante giudiziario, proprio per la finalità di prevenzione della norma. «Il giudizio è positivo – rileva Bruno Assumma, ordinario di diritto penale all'università Federico II di Napoli e presidente della commissione di Confindustria sulla 231 – perché è stato introdotto un controllo di legalità interno alle aziende. C'è voluto tempo per l'adeguamento anche perché la disciplina italiana è ispirata al modello statunitense, ma in presenza di un tessuto produttivo completamente diverso dove le imprese hanno in prevalenza meno di 15 dipendenti». In dieci anni di vita «il numero di provvedimenti di autorità giudiziarie non supera le 150 unità – continua Assumma – e di questi quasi la metà riguarda aspetti procedurali».

Ora la disciplina si appresta a cambiare. Lo schema di decreto legislativo approvato dal governo, che attende i pareri delle commissioni parlamentari, punta a estendere la responsabilità amministrativa di imprese ed enti anche ai reati ambientali. Una serie di misure su cui Confindustria ha espresso osservazioni critiche anche per l'allargamento a ipotesi che non presentano le caratteristiche previste dalle disposizioni comunitarie da recepire. Un'estensione in base alla quale, anticipa Assumma, «è facile prevedere in futuro un incremento delle notizie di reato».

 

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