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Le tre sfide: l’addio al passato, la Bce, il rilancio

I 13 miliardi che da lunedì prossimo UniCredit chiederà al mercato, e che fanno di questo aumento il più cospicuo di sempre per Piazza Affari, non sono che una parte della cura da cavallo impartita da Jean Pierre Mustier alla banca che aveva lasciato nel 2013 e dove ha fatto ritorno a luglio. Vanno computati anche i 7 miliardi abbondanti incassati dal gruppo con la campagna di cessioni straordinarie: Fineco, Pekao, Pioneer. In totale, dunque, il conto raggiunge i 20,3 miliardi. Una somma gigantesca, che vale una manovra finanziaria, che supera l’attuale capitalizzazione di Borsa della stessa UniCredit (16 miliardi) e che dà l’idea di quanto sia profondo – e ineludibile – l’intervento che punta a dare un futuro alla banca italiana più presente in Europa.
Gli investitori, stando ai primi riscontri raccolti da Mustier nel suo lungo road show e alle voci di mercato, sembrano guardare con interesse all’operazione. Soprattutto quelli istituzionali, che per disponibilità e sensibilità sono i più titolati a firmare sul tavolo assegni a sette-otto zeri. Il titolo precipita (ieri un altro -5,45, dopo il -5,1% di venerdì), è vero, ma si tratta di un elemento fisiologico: più l’avvio dell’aumento si avvicina, più il prezzo si approssima a quello a cui verranno offerte le nuove azioni. Da tempo in ambienti di mercato si ipotizza uno sconto sul Terp, cioè il prezzo teorico dopo lo stacco del diritto, nell’ordine del 30-40%, dunque intorno a 14-15 euro, tuttora lontano dai 26,2 euro a cui ha chiuso ieri la banca.

Per quanto paradossale, visto il clima sul mercato, nonostante un’asticella posta così in alto l’aumento – cioè il presente – rischia di non essere il passaggio più critico per UniCredit. A pesare sulla banca c’è il passato, con la sua multiforme ma gravosa eredità, e il futuro. Ovvero la capacità della banca di archiviarlo definitivamente con la manovra da 20 miliardi messa a punto dal consigliere delegato francese. Che – nonostante i suoi trascorsi nel gruppo – finora non ha esitato a proporre, dentro e fuori dalla banca, il suo piglio da outsider.
Il peso del passato
Dell’eredità, in larga parte poco gradevole, del passato c’è ampia traccia nelle mille pagine pubblicate ieri dalla banca, versione del documento di registrazione Consob aggiornata proprio in vista dell’aumento. Faldone di non facile consultazione, ma che ha il merito di mettere in fila tutte le caratteristiche del gruppo (si veda l’articolo nella pagina a fianco). Compresi ovviamente debolezze e fattori di rischio, puntualmente ravvisati dalla Bce nell’ambito dell’esame Srep o delle continue ispezioni: il rischio connesso ad alcuni mercati in cui è presente, dalla Russia alla Turchia, il rischio liquidità, la governance – dove per il cda si parla di «migliorabile interlocuzione dialettica con il management» – fino ai crediti deteriorati, che erano e restano il problema principale della banca.
D’altronde è qui che si concentrano gli sforzi del piano Mustier. Dei 20 miliardi in arrivo nelle casse del gruppo, quasi la metà – cioè 8,1 miliardi – verranno utilizzati per la svalutazione dei crediti deteriorati. Eccola, la parte più scomoda dell’eredità del passato, soprattutto domestica (leggi Capitalia): dei 49,7 miliardi di Npl originati in Italia, l’86% ha un’età superiore ai sette anni, dunque risale a prima del 2010. In pratica, quasi 43 miliardi di crediti deteriorati ancora non portati a prezzi di mercato e dunque bisognosi di ulteriori svalutazioni, che ora si spera definitive. Ma non è tutto: come si vede nell’illustrazione qui a fianco, quasi un miliardo serviranno a svalutare altre quote e partecipazioni – compreso il contributo ad Atlante – e 1,8 miliardi si renderanno necessari per un ulteriore alleggerimento della struttura, tra head quarter, filiali e soprattutto addetti; nella sua ultima versione, infatti, il piano di esodi anticipati tocca le 14mila unità, 6.500 in più del piano precedente.
Le sfide del futuro
Fin qui, appunto, il passato. Che nella narrativa di Mustier ha restituito una banca dall’assetto non più sostenibile. E richiesto un taglio netto, generando una sorta di «anno zero» per il gruppo, pronto a rilanciarsi come banca commerciale paneuropea, totalmente padrona del proprio destino. Cioè del costo del rischio, dei costi operativi e dei ricavi.
Il mercato finora sembra crederci. La prova del nove sarà con l’aumento, ma il modello della Bnp Paribas in versione italo-tedesca-centro est europea, sembra aver fin qui interessato gli investitori. A cui, come ha detto anche il governatore Visco al Forex, piacciono i piani semplici e coraggiosi. Certo, come notano diversi analisti, i target non saranno un fatto scontato: sempre dal documento pubblicato ieri, come riportato da Reuters, si notava che la cessione di Pioneer e Pekao farà venir meno un contributo di di 1,86 miliardi a livello di margine di intermediazione e di 948 milioni di risultato di gestione. In pratica: riducendo il perimetro si vedrà ridotta anche la potenza dei motori, con tutti i rischi in termini di generazione di utili. Ma gli scenari – tassi, crescita, cambi – impostati da Mustier sono conservativi, e così i 4,7 miliardi di utili previsti per il 2019, a fine piano, a oggi sono considerati per lo meno alla portata.
La variabile Bce
Tra i conti con il passato e gli auspici futuri, in mezzo ci sarà sempre la Vigilanza. Che, con le sue quattro ispezioni aperte – pur di routine – a UniCredit così come a tutti gli altri non farà sconti. In particolare, ancora una volta, sul capitolo Npl: entro il 28 febbraio, come se non bastasse la documentazione fornita a corredo del piano, ha chiesto un piano dettagliato per la gestione delle sofferenze, e poi dovrà pronunciarsi sugli effetti delle maxi svalutazioni (e cessioni) delle sofferenze di matrice Capitalia: è a Francoforte, infatti, che spetta decidere l’eventuale impatto sull’applicazione dei modelli interni sullo stock rimanente.

Marco Ferrando

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