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Le tre mosse del nuovo made in Italy

S ervono tre motori per resistere alle turbolenze di una crisi che ha già fatto precipitare diverse imprese in questi anni. Innovazione, internazionalizzazione e aggregazione sono i tre fattori determinanti per assicurare alle piccole e medie imprese un futuro oltre la crisi. Il dato emerge nettamente dalla ricerca «L’Italia delle imprese» condotta da Unicredit: le aziende che hanno investito in queste tre direzioni manifestano performance migliori rispetto alle altre.
Il tutto senza esagerare con l’ottimismo in un contesto tutt’altro che favorevole. E infatti il sentiment più diffuso tra gli imprenditori è l’incertezza, soprattutto sulla durata della crisi: anno dopo anno, spostano sempre più in là nel tempo l’orizzonte della fine delle difficoltà. Nel 2011 poco più di un terzo riteneva che la crisi sarebbe durata oltre un anno e mezzo (37,5%). Poiché la rilevazione era avvenuta a giugno, oggi dovremmo cominciare a intravedere la luce in fondo al tunnel.
Ma non è così. «Emergono, però, anche aspetti positivi come la consapevolezza e la lucidità con cui gli imprenditori stanno leggendo questa fase storica — osserva Roberto Nicastro, direttore generale di Unicredit —. È vero che il modello italiano non favorisce la nascita di grandi gruppi come accade in Francia, ma sempre più imprese d’eccellenza hanno capito che per emergere bisogna stare insieme. Per conquistare mercati lontani e complessi come quelli dei paesi emergenti serve un’organizzazione più solida e mezzi più consistenti. Le aziende medie, e a volte anche piccole, hanno capito che esistono diverse forme di associazione e aggregazione per rimanere competitivi».
L’export e la crescita
Ma più del coraggio potè la necessità (direbbe Diodoro Siculo): le Pmi sono sempre più «costrette» a scelte aggregative per proporsi in un mercato globale selettivo. «L’offerta aumenta insieme alla concorrenza — dice Daniele Marini, direttore scientifico della Fondazione Nord Est che ha curato la ricerca — e anche le esportazioni diventano fonte di preoccupazione per le imprese. Per la prima volta dall’inizio del 2000, gli imprenditori fanno previsioni negative anche per l’estero. Come a dire che anche le aziende che hanno una proiezione sui mercati esteri non annusano nulla di buono per il futuro prossimo. Considerato che l’export è l’ancora di salvataggio della nostra economia, è fondamentale quanto prima sostenere efficacemente le nostre Pmi sui mercati stranieri».
Malgrado tutto, però, rimane alta la quota d’imprese che dichiara di avere una proiezione sui mercati esteri (39,2%). Anzi, si registra un confortante miglioramento visto che nel 2011 la percentuale si era fermata al 38,1%. È la conferma che il sistema produttivo italiano riesce a conservare una propria presenza oltre i confini nazionali.
«La sensazione netta è che le opportunità all’estero non siano colte abbastanza — osserva Nicastro — malgrado sia stato giustamente rilanciato l’Ice, malgrado ci sia più attenzione alle relazioni internazionali da parte delle associazioni di categoria, mancano ancora strategie globali. Bisognerebbe creare una lista di Paesi strategici su cui vale la pena investire per il nostro sistema produttivo. Una cabina di regia nazionale dovrebbe sostenere le nostre imprese che vogliono internazionalizzare per evitare che la presenza all’estero sia mantenuta a un regime minimo, fatto più di scambi commerciali che di vera e propria presenza, fondata su reti di distribuzione e in vari casi su insediamenti produttivi. Insomma, evitare che l’internazionalizzazione si ripieghi su se stessa. In tal senso potrebbe essere utile rifarsi al modello delle trading company inventato dai giapponesi». Emerge quindi con sempre maggiore evidenza il problema dell’accompagnamento all’estero. Basti pensare che nel 2012 ben il 64,4% delle imprese che si sono affacciate sui mercati esteri l’hanno fatto senza rivolgersi ad alcun ente, all’insegna del «fai da te».
Le differenze col 2009
L’internazionalizzazione così come l’innovazione però richiedono investimenti e risorse ed è per questo che le aziende sempre di più puntano su varie forme di aggregazione anche se sono in tante a ricorrere ancora al credito bancario. Il tutto con scarsi risultati. La stessa ricerca ha evidenziato la difficoltà dell’accesso ai finanziamenti ma, a differenza di ciò che accadde col credit crunch del 2009, sembra esserci un effetto scoraggiamento determinato non tanto da una selettività degli istituti di credito in partenza, quanto da condizioni economiche richieste a fronte degli affidamenti che spingono le imprese a evitare di giungere alla banca per ottenere una nuova linea di prestiti. Dunque, non risulterebbe tanto una maggiore selezione all’ingresso, quanto una maggiore costo del denaro a fare da deterrente. «Bisogna rilevare tre aspetti fondamentali che emergono dalla ricerca — sottolinea Marini —. Le richieste hanno come motivazione di gran lunga maggiore i problemi di liquidità e di gestione della cassa (74,7%) e molto meno necessità legate a nuovi investimenti (43,2%); gli istituti di credito manifestano più difficoltà a erogare credito a lungo termine, piuttosto che a breve. Quindi si rivolgono agli istituti di credito soprattutto le imprese meno innovatrici e per esigenze di cassa. Per questo è evidente che, sebbene la platea d’imprese richiedenti si sia ridotta numericamente, tuttavia la profondità e la gravità del problema sia oggi ancor più avvertito rispetto a tre anni fa».

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