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Le tensioni sulla nomina per Bankitalia

di Francesco Verderami

ROMA — Lo scontro tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti ha ormai travalicato il perimetro politico, invadendo i confini istituzionali: è ormai evidente infatti che nella contesa tra il presidente del Consiglio e il titolare dell'Economia c'è anche la nomina del nuovo Governatore di Bankitalia. Così una pericolosa mano di Risiko a Palazzo Chigi si è trasformata in un rischioso giro di Monopoli che coinvolge Palazzo Koch. Non è un caso infatti se il dossier sul successore di Mario Draghi è stato oggetto del colloquio tra il Cavaliere e il superministro, se Berlusconi — pur di garantirsi una tregua — per la guida dell'Istituto di via Nazionale ha riaperto uno spiraglio alla candidatura di Vittorio Grilli, sostenuto da Tremonti.

Nulla è stato ancora deciso, «ne parleremo in Consiglio dei ministri», ha detto il premier al responsabile dell'Economia. Ma già in Italia rimbalzano le voci provenienti dall'Europa, e accreditano l'ipotesi che il direttore generale del Tesoro sia in corsa, al punto che tanto il presidente dell'Ue Herman Van Rompuy quanto il presidente della Commissione Josè Barroso sarebbero stati informalmente avvisati. Eppure una settimana fa, dopo l'incontro al Quirinale tra il capo dello Stato e il capo del Governo, sembrava fatta per la «promozione» di Fabrizio Saccomanni, attuale direttore generale di Bankitalia, che resta comunque accreditato.

In realtà il saliscendi nel borsino di Palazzo Koch è solo un espediente tattico del Cavaliere, un modo per prendere tempo in attesa della scelta definitiva. Non c'è dubbio infatti che questo passaggio garantisca ancora a Berlusconi un peso politico, la possibilità cioè di avere una interlocuzione istituzionale e di fissare una linea di politica economica. Il problema è che lo stallo politico nel governo finisce per riflettersi sulle cariche istituzionali. E se il Colle non si è intromesso, né intende farlo, nelle questioni interne all'esecutivo e alla maggioranza, non accetta però che la nomina del nuovo Governatore venga politicizzata. E vuole sottrarla all'immagine di una transazione politica.

A giugno Giorgio Napolitano si era mosso pubblicamente, auspicando che il passaggio fosse gestito seguendo le «regole procedurali», «senza forzature politiche e contrapposizioni personali», per tenere Palazzo Koch e il futuro presidente della Bce «al riparo da laceranti dispute». Di più, il capo dello Stato si era mosso anche riservatamente, inviando una lettera personale a Berlusconi, sottolineando che è «prerogativa esclusiva» del premier indicare il nome del candidato da proporre al Consiglio superiore della Banca d'Italia, e che solo dopo — previa concertazione con il Quirinale — tocca al governo la ratifica.

S'intuisce perciò l'irritazione del Colle in queste ore, dato che il presidente della Repubblica attende da quattro mesi la valutazione del Cavaliere, e che a novembre Draghi si insedierà alla Bce. Il tempo passa. La logica del rinvio e l'irritualità nelle procedure allarmano sia il capo dello Stato sia Bankitalia, e al contempo disorientano e sconcertano le istituzioni europee. Segnali in tal senso arrivano da Bruxelles e da Francoforte. Per questo Napolitano aveva richiamato sulla nomina a un «clima di discrezione», che invece lascia il posto a un evidente conflitto all'interno del governo tra il premier e il titolare dell'Economia: una impropria mediazione che mette a repentaglio l'indipendenza dell'Istituto di via Nazionale, lesiona il prestigio della carica e di chi finora l'ha occupata, e offre ai mercati un'immagine negativa delle istituzioni nazionali.

Nonostante le preoccupazioni del Colle e le pressioni perché si operi al più presto, non sembra però arrestarsi il braccio di ferro nel governo. E Tremonti non si arrende all'idea che Saccomanni succeda a Draghi. A suo giudizio, Grilli a Bankitalia sarebbe «la migliore soluzione per il Paese e per il governo»: sarebbe «un argine alla tecnocrazia europea». La scorsa settimana si è speso perché Berlusconi non chiudesse il dossier, dando il via libera alla «soluzione interna», cioè alla nomina dell'attuale direttore generale di Palazzo Koch. Un'estenuante trattativa tra il premier e il ministro dell'Economia aveva portato alla «fumata nera», tanto che il Cavaliere — salendo in serata al Quirinale — non si era sbilanciato sul nome del nuovo Governatore. Raccontano che Gianni Letta fosse furibondo: «Siamo ormai alla circonvenzione», aveva commentato. Tuttavia Saccomanni restava e resta in pole position.

Ora che il giro di Monopoli sta diventando il gioco dell'oca, ora che il nome di Grilli torna alla ribalta, nessuno però nel Pdl scommette che Berlusconi compia l'ultimo passaggio e acceda alla richiesta di Tremonti, siccome «non ha alcuna intenzione di mettersi contro il presidente della Repubblica e il futuro presidente della Banca centrale europea». Piuttosto il Cavaliere ha bisogno di tempo, «una decina di giorni» prima di sciogliere la riserva. Non è dato sapere se ieri ne abbia informato il Quirinale, è certo che — per quanto sia supportato in questa partita da Umberto Bossi — il ministro dell'Economia difficilmente la spunterà: è nel mirino del premier.

La tregua di queste ore appare fragile e non sarà facile cancellare i segni dello scontro tra i duellanti. L'attacco portato la scorsa settimana dal Cavaliere al titolare di via XX settembre non è stato casuale, e il suo giudizio sul superministro resta scolpito in una battuta fatta al vertice del Pdl dopo il voto alla Camera su Milanese, al quale Tremonti non ha partecipato. Quando il premier è entrato nella sala della riunione e ha visto i dirigenti del partito sedersi, ha sibilato: «Lasciate un posto libero. Pare che Giulio stia tornando…».

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