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Le tensioni in Crimea spaventano i mercati

«L’Ucraina conta per meno dell’1% dei flussi commerciali dell’Eurozona e meno dell’1% delle transazioni bancarie riguardano soggetti con sede in Ucraina, quindi l’impatto economico per l’Eurozona dovrebbe essere relativamente limitato». Mario Draghi utilizza non a caso il condizionale quando si trova inevitabilmente a commentare l’escalation militare in Crimea: il presidente della Bce sa infatti molto bene, e poco dopo lo ribadisce di fronte alla Commissione degli affari economici e monetari del Parlamento europeo, che la situazione deve essere seguita «con grande attenzione» perché «le implicazioni geopolitiche sono da sole la capaci di generare eventi che vanno oltre i meri numeri statistici».
Il mercato reagisce infatti proprio così: si preoccupa per le ripercussioni di un eventuale conflitto, non bada a sottigliezze e corre a vendere le attività più a rischio, anche perché i prezzi di alcune di esse sono ai massimi storici e si possono portare a casa ottimi profitti. Dando per scontato il crollo delle Borse di Kiev e Mosca (di cui si parla nell’articolo sotto), si possono comprendere proprio in questo modo le forti vendite che hanno abbattuto ieri i listini azionari europei (Francoforte ha perso il 3,44%, perché la più «coinvolta», Milano il 3,34%) e si sono fatte sentire anche al di là dell’Atlantico (Wall Street ha ceduto oltre l’1%, con l’«indice della paura» Vix ai massimi da un mese), oltre che sull’euro (scivolato a 1,3730 dollari).
E si spiega così anche la rincorsa ai «tradizionali» beni rifugio: dall’oro (+1,8% a 1.3350 dollari l’oncia) al Treasury (il titolo di Stato Usa il cui tasso sui 10 anni è sceso al 2,60%) passando attraverso franco svizzero e yen. Il denaro, come consuetudine in questi casi, è affluito copioso anche sui Bund, che hanno così ridotto i rendimenti decennali all’1,55%, mentre lo spread italiano è tornato di nuovo ad allargarsi a 190 punti base.
Quest’ultimo dato però non deve trarre in inganno, perché ieri (contrariamente a quanto avvenuto in precedenza in situazioni simili dominate dall’avversione al rischio) gli investitori hanno anche acquistato i BTp, tanto che sulla scadenza 10 anni il loro tasso è leggermente sceso al 3,45%, sui minimi cioè degli ultimi 8 anni: evidentemente la crisi Ucraina non è riuscita del tutto a intaccare la forza relativa mostrata nelle ultime settimane dai titoli del Tesoro, prova ne sia che in una giornata tesa come quella di ieri il divario nei confronti della Spagna è aumentato a 4 punti base.
Se la reazione alle vicende Russo-ucraine è stata veemente e istintiva (ancorché non proprio immediata, dato che le tensioni stavano in realtà montando da giorni, o addirittura da settimane) ci si chiede adesso quanto potranno protrarsi sui listini le dinamiche viste ieri. È evidente che molto dipenderà dalla piega che gli eventi prenderanno nelle prossime ore: «Un’escalation militare influenzerebbe il quadro di investimento non solo contribuendo all’aumento dei premi di rischio richiesti dagli operatori come si è visto ieri, ma anche inducendo un cambiamento dello scenario economico», sottolinea Marco Piersimoni, advisory team di Pictet Asset Management.
Passare alle vie di fatto in Crimea, in altre parole, preoccuperebbe ovviamente molto di più gli investitori (soprattutto in Europa), ma non è lo scenario che le banche d’affari ritengono più probabile (o quantomeno è quello che si augurano di meno). «Dovesse prendere vigore la soluzione negoziale sotto egida Onu, ipotesi per cui propendiamo maggiormente, torneremo a incrementare nei portafogli azioni europee, tedesche in primis in quanto le più indebolite», aggiunge Piersimoni. La soluzione «soft» troverebbe insomma gli investitori nuovamente con il dito pronto a premere di nuovo sul bottone «risk on», e restituirebbe il palcoscenico ai due veri appuntamenti clou della settimana: la riunione Bce di giovedì e il dato sul mercato del lavoro Usa del giorno successivo.

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