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Le Stp non convincono i sindacati

Le Società tra professionisti non entusiasmano i rappresentanti sindacali. Che si aspettavano qualcosa di più dal regolamento attuativo della riforma delle professioni firmato dai ministri della giustizia e dello sviluppo economico (si veda ItaliaOggi di ieri). Una sensazione trasversale che spazia dai commercialisti fino a quegli ingegneri e architetti che da sempre sono stati i principali sostenitori del provvedimento.

«Dopo quasi un anno di attesa, l’unico dato positivo è che i liberi professionisti potranno finalmente svolgere la loro attività anche in forma societaria. Tuttavia, i nodi che il regolamento avrebbe dovuto sciogliere sono rimasti pressoché irrisolti; anzi, si aggiungono forti incertezze interpretative sul regime fiscale e contributivo da applicare alle società tra professionisti». Così Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni, commenta lo schema di decreto ministeriale. «A questo punto si tratta di vedere quale sarà la risposta dei professionisti di fronte a questa nuova “opportunità”. Così come strutturate, infatti, le nuove società tra professionisti entrano nell’agguerrito mercato dei servizi professionali con le armi spuntate», conclude Stella.

«Il regolamento di prossima emanazione sulle Stp», aggiunge Alessandro Lini della Fondazione Studi dell’Unione giovani dottori commercialisti ed esperti contabili, «poco aggiunge a quanto già disposto dalla legge 183/2011 e non poteva essere che così, poiché la legge demandava alla regolamentazione ministeriale solo la disciplina di alcune fattispecie puntuali, nulla aggiungendo circa le questioni lasciate irrisolte dalla norma primaria: natura del reddito conseguito attraverso l’esercizio dell’attività professionale in forma societaria, la questione previdenziale, possibilità per un socio non professionista, ovvero anche per un non socio, di poter svolgere l’attività di amministratore della società stessa». Tuttavia, ricorda Lini, quando il legislatore è intervenuto sulle società tra avvocati si è ricordato di contestualizzare meglio la disciplina. «Molto probabilmente», conclude il commercialista, «ci troviamo di fronte a due concezioni diverse di attività professionale: da una parte una professione con la “P” maiuscola che conserva tutte le caratteristiche del lavoro autonomo, dall’altra una serie di professioni con la “p” minuscola, per le quali all’indomani della norma sulle professioni non riconosciute il confine tra attività professionale e attività d’impresa diviene sempre più sottile».

Dalle professioni economico contabili a quelle tecniche, il regolamento continua a non convincere. «Dopo qualche anno di attesa alla fine la montagna ha partorito il topolino, almeno per quanto riguarda architetti ed ingegneri, che già potevano costituire le cosiddette società di ingegneria. Ci aspettavamo», sottolinea Salvo Garofalo, presidente di Inarsind, sindacato degli architetti e degli ingegneri liberi professionisti, «che tutto questo tempo producesse chiarezza su alcuni punti relativi ai profili fiscali e previdenziali mentre soprattutto per la previdenza la lacuna normativa potrebbe creare nuove forme di elusione dei contributi previdenziali. Altro punto che ci lascia perplessi riguarda i soci con finalità di investimento. Per come è scritto il regolamento potrà ingenerare diverse situazioni di conflitto di interesse. Per esempio la moglie dell’ingegnere capo di un grande comune potrà partecipare come socio di capitale a una stp che si occupa di architettura e ingegneria con conseguenze immaginabili. Speriamo comunque che queste società vengano utilizzate soprattutto dai giovani che più che il capitale potranno mettere il loro sapere e la loro vivacità intellettuale a disposizione di un ambiente multidisciplinare».

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