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Le spese della Ue crescono sempre

di Serena Gana Cavallo 

Lo scorso giugno l'Unione Europea ha diffuso un corposo documento sul suo bilancio, teso, in particolare a sottolinearne la limitata incidenza del costo sui cittadini europei, in particolare rispetto agli effetti positivi che gli interventi determinano sulle loro condizioni di vita ed economiche. Per sommi capi, e tenendo presente che tale bilancio non è paragonabile in nessun modo ad un bilancio nazionale, non erogando direttamente l'Ue servizi sanitari, previdenziali, sussidi all'occupazione, servizi al cittadini, spese istruzione et similia, se non per i suoi diretti dipendenti, ciascuno di noi, con una media trilussiana, paga ogni anno 235 euro. La media è quella del pollo di Trilussa perché il finanziamento dell'Unione è formato per il 76% da un prelievo uniforme sul reddito nazionale lordo, che si calcola sommando al Pil tutti i profitti di imprese o individui di uno stato realizzati all'estero e sottraendo profitti e salari di imprese straniere realizzati in un paese che siano rimessi all'estero. In pratica, data la nostra modesta capacità di attirare capitali ed investimenti esteri ed essendo il nostro Pil tra i più alti dell'Ue, siamo orgogliosamente sul podio dei maggiori contribuenti, dopo Germania e Francia, versando il 13,9% di un bilancio globale di 141,9 miliardi di euro. Il resto delle entrate europee viene, per l'11%, da una percentuale, uguale per tutti i Paesi aderenti, sull'Iva riscossa, per cui l'aumento di un punto della nostra manovra, manovrona, manovrina, darà evidentemente un contributo anche all'Ue; un 12% deriva dai dazi doganali che si pagano per l'ingresso di merci provenienti da paesi non Ue, che restano per la gran parte a beneficio del Paese di ingresso, ma gravano allegramente sul consumatore finale che può stare in qualunque altro Stato membro, e la classifica della movimentazione di container vede primeggiare la Germania (più del doppio di noi), seguita da Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Regno Unito. Se può essere di conforto, noi primeggiamo, grazie alla nostra vocazione turistica, nel traffico passeggeri. L'1% finale delle entrate proviene da contributi personale Ue, somme non spese negli anni precedenti (ancora noi!), ammende comminate per violazioni su concorrenza od altre a società varie. Sul fronte delle spese, accanto ad un glorioso 1% dedicato a «cittadinanza, libertà, sicurezza e giustizia» c'è un complessivo 41% tra aiuti agricoltura e spesa rurale, un 46% dedicato a «coesione e competitività per crescita e occupazione», ed un 6 % ciascuno per spese «amministrative» e «l'UE come attore globale»: missioni umanitari, aiuti a Paesi terzi, altre spese amministrative. Nei pamphlet illustrativi allegati a completamento della presentazione del bilancio, spicca tra le altre, la solenne smentita ad una critica evidentemente ricorrente tra i cittadini e sempre più attuale: «È con le mie tasse che si rimedia alla cattiva gestione in altri Paesi». La risposta propagandistica è alquanto vaga: «Se vengono scoperti errori e irregolarità, vengono corretti a carico del progetto o del paese che ne è responsabile». Questo fa un po' capire, nella sua sinteticità alquanto inadeguata per non dire ipocrita, come appaia stridente ed irritante l'operazione salvataggio, sempre più brancolante, verso Grecia, Spagna, Italia, a Paesi e cittadini europei che, si ritengono, un po' illusoriamente, immuni dalla crisi. Resta da dire che in tutti, ma proprio tutti i Paesi europei, si desidererebbe sapere se, in tempi di opprimente austerity, è prevista una cura dimagrante anche per le spese dell'Ue, visto che è notorio che il consistente apparato burocratico dell'Ue (al momento 32 mila persone) , che si allarga allo stesso ritmo con cui si allarga l'Unione, che si giova di un regime fiscale e contributivo più che vantaggioso, ha avuto lo scorso anno, mentre tutta Europa contava disoccupati e cassintegrati, un aumento retributivo (per stipendi già abbastanza soddisfacenti) del 3,50%.

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