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Le sorprese del Def: non si ferma la spesa e boom delle tasse

Addio ai tristi anni di recessione e stagnazione. Quella dei prossimi anni sarà una crescita roboante, da anni 80 e da Milano da bere, con tassi di crescita a un soffio dal 3% nel 2014 e in volo verso il 4% nel 2014. Questo, almeno, secondo le previsioni aggiornate pochi giorni fa dal Governo nel Def, il documento di economia e finanza da mandare in Europa per i controlli di Bruxelles. Tanto ottimismo sembra fare a pugni con la realtà di oggi, ma ha una spiegazione: la volata presunta del reddito prodotto è l’unico modo per prevedere 147 miliardi di euro di tasse aggiuntive rispetto al livello attuale senza far esplodere la pressione fiscale. Perché la spesa pubblica no, non accenna a diminuire.
Oggi la pressione fiscale certificata dallo stesso documento ufficiale del Governo è al 44,3%, e secondo il Centro Studi Confindustria sale di un’altra decina di punti se si guarda alla realtà e si esclude il sommerso. Nemmeno le previsioni del Def allontanano l’Italia da queste vette planetarie, ma disegnano una limatura piuttosto consistente: nel 2017, alla fine del periodo raggiunto dai radar del ministero dell’Economia, si attesterà al 43,3%, cioè un punto di Pil sotto a quella di oggi.
A sgonfiare l’indicatore, però, secondo le tabelle ministeriali sarà la ricchezza nazionale, in un rimpallo virtuoso fra crescita della produzione e aumenti delle tasse che invertirebbe la dinamica vissuta fin qui dai nostri conti. Con il risultato che a fine 2017 il prodotto nazionale i 1.800 miliardi di euro, 14,3 punti sopra gli affannati livelli attuali.
Niente di inedito, per carità. Per trovare un prodotto interno nominale vicino a livelli basta andare al Dpef del 2010, l’antenato del Def prima della riforma «all’europea»: l’unica differenza è che, in quel caso, il dato era previsto per quest’anno. La crisi ha smentito tutto.
L’ottimismo della volontà che anima le previsioni macroeconomiche, come si accennava, si spiega con l’esigenza di far quadrare i numeri di una spesa pubblica che sembra resistere a ogni assalto. Da questo punto di vista, il Def appena rivisto dal Governo Letta non si fa troppe illusioni. La spesa primaria, che non conteggia gli interessi sul debito pubblico, appare destinata a crescere a una media dell’1,4 per cento all’anno, più o meno in linea con l’inflazione, per sfondare quota 700 miliardi di euro nel 2016 e sfiorare i 720 miliardi l’anno successivo. Ad alimentarla saranno, ancora una volta, i «consumi intermedi», cioè le spese per il funzionamento della macchina pubblica: oggetto di tutte le spending review, i tagli lineari, quelli «semi-lineari» e gli altri meccanismi inventati di recente per etichettare decreti e manovre, continuano la loro corsa anche nelle previsioni: solo l’anno prossimo saranno stabili, ma dal 2014 ripartiranno. Stesso ritmo per la spesa sanitaria, altra protagonista delle manovre: oggi quella statale si attesta a 111,1 miliardi, ma già l’anno prossimo supererà i 113 miliardi (+1,7%) per arrivare a 119,8 a fine 2017 (+7,9%). Unico assente in questa corsa il pubblico impiego che, a suon di razionalizzazioni o più probabilmente di nuovi blocchi contrattuali, rimarrà ai livelli nominali di oggi.
Come si paga tutto ciò? Con le tasse, ovviamente, alimentate dalla crescita (secondo le previsioni): in particolare le indirette, Iva in primis, che già dal prossimo anno sono chiamate a crescere di quasi il 5 per cento.

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