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Le soglie Bce «ad institutum» minano l’economia reale

 

Quella bozza introduce una serie di importanti novità per le banche italiane. La prima grande sorpresa è venuta dal fatto che non esiste più una soglia minima uguale per tutti, bensì ognuno ha la propria soglia. Insomma si è introdotto il criterio del coefficiente ad institutum. La seconda è che per le banche italiane, anche quelle più virtuose, i coefficienti saranno sensibilmente più alti del minimo previsto finora dalle regole di vigilanza. La terza sorpresa è venuta dalla formula adottata per arrivare a quei coefficienti. La quarta che è stato ribaltato lo schema tradizionale delle eccezioni: finora si trattava di maggiorazioni – in gergo add-on – che venivano applicate in modo discrezionale dall’organo di vigilanza a chi presentava particolari profili di rischio. In questo caso le eccezioni sono consistite in “aggiustamenti” nella direzione opposta, che cioè riducono il risultato della formula.
La formula in questione è un algoritmo semplicissimo. In pratica la somma di due addendi: il quoziente del cosiddetto “capitale nobile”, in gergo Core Tier-1 Ratio o Cet1, calcolato al 31 dicembre 2013, più lo shortfall, ovvero il deficit di capitale, emerso dagli stress test.
In seguito a questo algoritmo la soglia minima di Cet1 per le banche italiane sarà in media del 10,5 per cento (seppure con determinazioni soggette a cambiamenti). Il che rappresenta un forte aumento sia rispetto al 7% previsto dagli accordi di Basilea 3, sia rispetto all’8% previsto dall’Asset Quality Review (Aqr) e dallo stress test appena conclusi da Francoforte. A Il Sole 24 Ore risulta infatti che anche le banche uscite dalla valutazione europea senza shortfall, come Intesa e Ubi, abbiano un nuovo coefficiente più alto (il 9,14% per Intesa e il 9,56% per Ubi).
Non solo: mentre l’Aqr e lo stress test con scenario “base” prevedevano una soglia minima di Cet1 fissata per tutti all’8%, nella formula approvata dal Consiglio di vigilanza della Bce il primo addendo non si basa su quella soglia bensì sul Cet1 effettivo di ogni banca (ovviamente più alto del minimo). E non il Cet1 attuale, bensì quello al 31 dicembre 2013. Non sono quindi computate le misure di rafforzamento patrimoniale prese dagli istituti tra il 1 gennaio e il 30 settembre 2014.
«Le regole di Basilea da sempre fissano coefficienti patrimoniali minimi noti ex ante e uguali per tutti, fatta salva la facoltà dell’organo di vigilanza di applicare requisiti addizionali. Invece adesso ci hanno comunicato regole nuove e non uguali per tutti», ci dice un banchiere che chiede l’anonimato. Il quale aggiunge: «Quelli dell’Aqr e degli stress test erano criteri dichiaratamente prudenziali, diversi e non necessariamente compatibili con i criteri contabili e bilancistici finora sanciti, che invece prevedono continuità e richiedono una valutazione degli asset non prudenziale».
Questa osservazione aiuta a capire il motivo della draft letter: poiché i risultati dell’esercizio di valutazione non avevano valenza contabile né forza normativa per incidere sui bilanci, Francoforte ha usato lo strumento della vigilanza prudenziale per costringere le banche a incorporarne i risultati. Ma apparentemente con una formula che non è stata applicata allo stesso modo a tutti.
Per capire meglio, vista la delicatezza della materia, abbiamo prima chiesto un’intervista a Fabio Panetta, vicedirettore di Banca d’Italia e membro del Consiglio di vigilanza di Bce, e poi inviato alla Bce otto richieste di chiarimenti sulla tempistica, i criteri e le procedure adottate. Banca d’Italia ci ha però risposto che «ora non è il caso di parlare di argomenti del genere». Mentre la Bce ci ha inviato una nota che rispondeva solo a tre delle otto domande.
In quella nota l’organo centrale europeo ha comunque confermato che «con alcuni istituti sono stati adottati aggiustamenti specifici (institution-specific adjustments). Di conseguenza i livelli di capitale e le riserve di liquidità ritenuti adeguati possono variare da istituzione a istituzione a secondo dei profili di rischio». Insomma, non solo un coefficiente ma anche un trattamento ad institutum.
In effetti a Il Sole 24 Ore risulta che ad alcune banche siano stati accordati aggiustamenti in una dialettica sviluppatasi prima dell’invio della draft letter, mentre ad altre sia stata applicata la formula senza ritocchi.
Dai dati resi pubblici dalla Bce e dagli istituti in questione si deduce infatti che con Banca Popolare di Milano, Banco Popolare, Carige e Veneto Banca la formula sia stata adottata senza variazioni, mentre con il Monte dei Paschi e la Banca Popolare di Vicenza siano invece stati adottati “aggiustamenti”. Non stiamo parlando degli “aggiustamenti” fatti a tutti gli istituti sui crediti in fase di Aqr, bensi’ di “aggiustamenti” all’algoritmo.
Nel caso della Bpvi, per esempio, l’applicazione meccanicistica della formula avrebbe portato a un coefficiente minimo dell’11,7% (quindi oltre l’11,6%, come erroneamente riportava l’articolo da noi scritto il 9 gennaio, quando non sapevamo degli aggiustamenti). Vicenza ha invece dichiarato che la sua soglia è «ampiamente inferiore» a quella cifra. Il Sole 24 Ore ha dunque chiesto se sono stati applicati “aggiustamenti” al risultato della formula, ma la banca ha scelto di non rispondere. Neppure con un «no comment».
Certo è che l’opzione degli aggiustamenti specifici solleva un problema di possibili – o percepiti – vantaggi o svantaggi competitivi. Seppur vero che la vigilanza bancaria non può essere statica bensì debba evolversi adottando aspettative prudenziali superiori a quelle che nel passato non sono bastate a impedire il quasi-collasso delle grandi banche, i “Principi fondamentali per un’efficace vigilanza bancaria” del Comitato di Basilea parlano di «applicabilità universale, nonché continuità e comparabilità».
«Qualsiasi attività di vigilanza richiede trasparenza, coerenza e omogeneità dell’applicazione delle regole. In questo caso mi pare ci siano problemi su questi fronti», osserva un addetto ai lavori.
Abbiamo dunque chiesto alla Bce sulla base di quali criteri abbia adottato “aggiustamenti” solo per talune banche, e come abbia pensato di evitare il rischio – o la percezione – di un trattamento non equo per tutti. Ma non ci è stato risposto.
Sul fronte dell’equità di trattamento, secondo il banchiere già citato, c’è anche un altro aspetto: mentre l’attività bancaria tradizionale di raccolta e credito, centrale per le banche italiane, è stata sottoposta a un severo esame, l’investimento in titoli obbligazionari e strumenti finanziari complessi, più diffuso tra le grandi banche di investimento continentali, avrebbe avuto un esame molto meno rigoroso.
Veniamo infine all’impatto delle novità introdotta il 18 dicembre. Come abbiamo detto, le soglie minime preannunciate dalla Bce con la bozza del 18 dicembre non sono permanenti. Anzi, come recita l’Appendice 1 della bozza, «i requisiti di capitale possono essere ridotti». Perché ciò avvenga le banche dovranno portare a conto economico rettifiche dei loro attivi non ancora fatte, riconoscendo in bilancio quello che è emerso con l’Aqr e gli stress test. Ma queste misure non saranno indolori.
C’è poi la questione dell’incertezza. «Quanto capitale serva alle banche è ancora fonte di incertezza, (e) non sono ben chiari i parametri sulla base dei quali vengono espresse le richieste. Eravamo partiti dal 7% di Basilea. Con la verifica della qualità degli attivi dell’Aqr l’indicazione è stata dell’8 per cento. E ora il superamento degli stress test implicitamente implica un punto di partenza oltre il 10 per cento», osserva Giovanni Sabatini, Direttore generale dell’Associazione bancaria italiana. «Un aumento incerto, con capitale che sembra non basti mai, può portare ad una riduzione dell’erogazione del credito».
Quest’ultima è la principale preoccupazione di tutti. Con l’innalzamento delle soglie preannunciato dalla bozza del 18 dicembre, chi aveva eccedenza la vede adesso erosa e chi stava pericolosamente vicino al minimo teme di scenderne sotto. È logico ora aspettarsi che, per migliorare i coefficienti, le banche deboli cercheranno di abbattere il rischio. Questo riduce inevitabilmente gli spazi in termini di disponibilità di capitale libero per sostenere l’espansione creditizia a favore dell’economia reale. Anche perché, nelle attuali condizioni, la concessione del prestito non presenta gli stessi vantaggi economici e contabili di un’attività assolutamente improduttiva quale l’acquisto di titoli di Stato (sui quali si pagano requisiti patrimoniali prossimi allo zero e non sono richiesti accantonamenti).
Insomma, il rischio per l’economia italiana è che si riduca sensibilmente l’impatto positivo del tanto atteso quantitative easing.
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