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«Le sofferenze? In Italia pari al doppio della Ue Ma gli istituti sono più solidi di quelli tedeschi»

Le maggiori banche italiane sono «pronte» per la prova europea, cioè il doppio esame di asset quality review e stress test che si concluderà in autunno. Dopo severe pulizie di bilancio e ricapitalizzazioni, si presentano «piazzate» meglio di diversi altri big continentali, in particolare tedeschi. È lo scenario che sembra configurare l’ultima indagine R&S-Mediobanca sulle principali banche internazionali.
Il rapporto prende in considerazione i supercolossi mondiali del credito. Numero uno è Jp Morgan Chase, con un totale attivo pari a 2.560 miliardi di euro), seguita dalla Bank of America (2.157 miliardi) e dall’inglese Hsbc (2.145 miliardi). Nella graduatoria dei primi 28 istituti i due più grandi italiani sono Unicredit, al diciassettesimo posto con 846 miliardi e Intesa Sanpaolo, ventunesima con 626 miliardi. L’analisi, arrivata all’undicesima edizione, ha questa volta un focus di particolare interesse in vista appunto dell’esame delle authority europee. Come sono posizionati i nostri big? Per rispondere vengono sottolineati anzitutto i punti di forza e di debolezza rispetto alla media europea. Tra i primi vengono elencati l’elevato capitale regolamentare (il core tier 1 o meglio il common equity tier secondo Basilea 3) pari al 10,9% contro il 10,5% che ci piazza al secondo posto dietro gli svizzeri, che «vantano» un 11,4% e ben più avanti delle banche francesi (9,8%) e tedesche (9,4%); il grado ridotto di speculazione (cioè il rapporto fra gli strumenti finanziari illiquidi sui mezzi propri) pari al 16,7% contro il 24,4%; l’elevata copertura dei crediti dubbi, al 53,6% contro il 45,3%; l’efficienza, che si misura con il rapporto fra costi e ricavi pari al 67,5% contro il 68,8%; la bassa incidenza dei cosiddetti «intangibles», gli attivi immateriali e quindi anzitutto gli ammortamenti, che sempre sui mezzi propri pesano per il 13,5% contro il 16,5%; infine la bassa leva, che si misura con il rapporto fra totale attivo e capitale netto, pari a 17,7 volte rispetto a una media di 23,6.
I punti di debolezza rappresentano per certi versi l’altra faccia della medaglia. Perché viene citata anzitutto la redditività (il roe, il ritorno sul capitale) nel 2013 negativa e pari a -16,9% contro una media europea positiva e pari all’1,5%: ma è stata proprio la pulizia di bilancio con le ingenti svalutazioni a portare a questo risultato. Altri punti deboli sono invece i crediti dubbi al 79% sui mezzi propri contro una media europea del 37%, e un nutrito portafoglio di titoli di Stato appartenenti ai Paesi più «deboli» dell’area (i Giips) dal 2011 l’ammontare è cresciuto da 98,4 miliardi a 152,2, il 10% dell’attivo e 1,8 volte i mezzi propri. Anche in questo caso va però fatta una considerazione: per il 98,9 % si tratta di bond italiani, così come per le banche spagnole la quota in propri titoli governativi è 87%.
In sintesi in base a un set di 13 indicatori di bilancio le maggiori banche italiane hanno un posizionamento «mediano»: sono precedute da olandesi, spagnole e francesi, ma «battono» gli istituti inglesi, svizzeri e tedeschi. In base agli stessi indicatori poi le banche europee meglio classificate sono la svedese Nordea, l’inglese Hsbc, l’olandese Rabobank , la spagnola Bbva e la francese Bcpe.
Il rapporto di R&S-Mediobanca traccia poi un quadro aggiornato della situazione dei big mondiali del credito, che è poi una fotografia post fallimento Lehman nel 2008. Prima di tutto indica il «conto» per le maggiori banche. Dal 2011 la crisi è costata alle europee 137 miliardi di euro e e a quelle statunitensi 63 miliardi di dollari: in Europa la maggior parte di questi oneri deriva da svalutazioni (98 miliardi) mentre negli Usa da costi di «litigation» (52 miliardi), cioè in sostanza di cause e controversie legali. Di grande interesse è poi il bilancio più recente degli aiuti governativi alle banche dal 2008 al 2013. Negli Stati Uniti sono stati pari a 2.853 miliardi di dollari e hanno riguardato 1.402 istituti. Da questa maxi-cifra vanno però sottratti i sostegni restituiti o scaduti, che portano a un «netto» di 2.043 miliardi di dollari. In Europa il «lordo» è anche superiore, pari a 3.166 miliardi di euro distribuiti però su un numero di istituti di gran lunga inferiore, 480, ma il conto «netto» si ridimensiona molto a 986 miliardi. I maggiori aiuti di Stato lordi hanno riguardato Gran Bretagna, 1.213 miliardi di euro, Germania per 446 miliardi, Spagna 268, Irlanda 260, Belgio 243.
Altri indicatori significativi riguardano attivi e occupazione. Dal 2011 l’attivo delle banche europee si riduce dal 235 al 200% del Pil, mentre quello delle banche Usa passa dall’86 al 72%. Nel 2013 le due maggiori banche tedesche (Deutsche bank e Commerz) pesano sul Pil meno delle due big italiane: 79% contro 94%. Crollano i derivati: in Europa del 36% passando dal 56 al 22% del Pil, negli Usa del 39% dove si riducono sul Pil dal 32% al 18%. I crediti nel 2012 calano in Europa del 3,7% (sul Pil dal 56 al 53%) mentre aumentano Oltreoceano dell’1,2% (restando stabili sul Pil al 23%). Cala anche l’occupazione: in Europa del 7,5% e negli States dell’1,9%.
Infine uno sguardo al primo trimestre di quest’anno. In Europa i ricavi calano del 3,7% e il risultato netto del 5,4%, mentre diminuiscono del 24,7% le perdite su crediti. Più o meno simile il quadro Usa: in discesa i ricavi del 3,7%, il risultato netto del 5,5%, e le perdite su crediti del 29,9%. Le italiane? Vanno meglio, con ricavi stabili, utili in aumento del 61% e le perdite su crediti in calo del 18%.

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