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Le semestrali del credito Intesa ridisegna il profilo Gli utili restano miliardari

Sono serviti undici anni a Intesa Sanpaolo, la prima banca per presenza sul territorio italiano, per portare indietro l’orologio alle stagioni incoscienti e felici che hanno preceduto il 2008. Allora iniziò una terribile serie di crisi strutturali che da Lehman Brothers si allargò al debito sovrano fino a rendere di uso comune parole come spread , che fino ad allora era circoscritta al gergo della finanza.

Undici anni per realizzare «il miglior risultato netto semestrale dal 2008», come ha detto l’amministratore delegato Carlo Messina in sede di commento: 2,26 miliardi di euro, una cifra enorme, ma in linea con gli obiettivi che il gruppo si è dato. Eppure, anche nel positivo riassunto numerico dei primi sei mesi dell’anno traspare tutta la difficoltà del momento.

Sfide

Non si tratta solo di «un contesto sfidante, più complicato del previsto», come ha detto Messina, è un mestiere che sta cambiando profondamente. Le banche tradizionali si sono viste portar via una fonte importante di ricavi qual è l’area dei pagamenti. La tecnologia oggi permette di effettuare trasferimenti di denaro senza passare dall’agenzia della banca e gli istituti devono cercare altrove come generare ricavi per il loro conto economico. Intesa ha visto, nel positivo primo semestre 2019, i ricavi da interessi netti in calo del 4,7 per cento; i ricavi da commissioni nette in calo del 4,1 per cento. In totale da queste due tipiche voci della attività bancaria tradizionale sono venuti a mancare 341 milioni di euro nei primi sei mesi dell’anno. È il segnale più evidente della mutazione in atto. Perché nonostante la frenata delle commissioni e degli interessi Intesa ha comunque saputo crescere. Il risultato infatti ha beneficiato di una forte compressione delle spese amministrative e del personale (150 milioni complessivi), ma soprattutto dell’allargamento dei campi di interesse. Intesa è stata la prima a puntare concretamente sul mondo delle polizze assicurative, cambiando addirittura l’outfit delle proprie agenzie. Ma la strada che sta indicando il primo gruppo creditizio nel Paese è quella di una caparbia cessione a operatori specializzati di tutti i crediti in sofferenza, che la scorsa settimana ha toccato anche le cosiddette inadempienze probabili, gli Utp, con un accordo decennale da 6,7 miliardi lordi siglato con Prelios.

Il cambiamento è in atto. Lo si comprende da un’altra grande operazione estiva che il gruppo Intesa ha appena annunciato: la costituzione di una società, che diverrà operativa all’inizio del 2020, che di fatto cercherà di recuperare almeno una parte di quei ricavi da pagamento che le fintech hanno portato al di fuori del circuito bancario. L’accordo con Sisalpay, ma sarebbe più opportuno dire con il fondo britannico Cvc, che controlla Sisal al 100 per cento, apre infatti a Intesa Sanpaolo un modo diverso di fare banca. L’intuizione non è nuova, tanto che già in passato il gruppo bancario aveva acquisito le attività di quella che si chiamava «Banca dei tabaccai», il circuito di pagamenti che si appoggiava alle rivendite dei prodotti del Monopolio di Stato. Solo che ora la perfetta integrazione di Banca 5 di Intesa in Sisalpay (con quote del 30 per cento al gruppo bancario e del 70 per cento al fondo di investimento che venerdì scorso ha anche acquisito il 50 per cento dell’università telematica Pegaso), permette di fare un ulteriore passo in avanti verso un sistema in cui la banca non sarà più il luogo dei pagamenti, ma sempre più il luogo della consulenza strategica. Con alcuni aspetti non banali a contorno: l’allargamento dell’orario di servizio, un sensibile e prevedibile aumento delle commissioni, un rischio concreto sul fronte del mercato del lavoro.

L’esternalizzazione di questi servizi, peraltro, è una risposta a una dinamica già in atto da anni, che si sarebbe sviluppata indipendentemente dalla capacità di Intesa di cogliere l’occasione. Giampiero Mazza, che guida in Italia le attività di Cvc, assieme a Giorgio De Palma e ad Andrea Ferrante, dopo essere intervenuto in Cerved, nella conceria di lusso Pasubio e nella farmaceutica con Recordati e Doc Generici, ha messo a segno un colpo che dal prossimo gennaio creerà una rete di 50 mila punti di pagamento: un’estensione più che tripla rispetto alla rete delle agenzie postali. Soprattutto, la nuova società è stimata avere un enterprise value di circa un miliardo di euro.

Sofferenze

Se Intesa sta indicando la strada, gli altri grandi gruppi italiani declinano un percorso adatto alle loro caratteristiche. Il Monte dei Paschi di Siena ha archiviato un altro trimestre in utile ed è questo il dato rilevante. Anche in questo caso si evidenziano flessioni nelle commissioni nette (-10,7 per cento) e nel margine di interesse (-6,5 per cento) e una più generale flessione dei ricavi  (a 1,55 miliardi, -9,3 per cento). Ma il Monte sta tenendo, sia sul fronte dei conti correnti che dei depositi vincolati e ha fatto meglio del previsto nella riduzione dei crediti deteriorati: le esposizioni non performanti sono oggi complessivamente al 12,7 per cento. L’obiettivo del ceo Marco Morelli è scendere sotto il 10 per cento, come ha richiesto la Bce ed è anche per questo che Mps si è fatta carico di 248 milioni di costi aggiuntivi necessari per smontare Juliet, il servicer creato da Cerved e Quaestio per la gestione degli Npl.

Il gruppo Ubi ha invece visto l’utile netto del periodo in flessione a causa della cessione di 900 milioni lordi di sofferenze che hanno pesato per 75 milioni netti sul conto economico. Ma le evidenze dei primi sei mesi dell’anno dicono che quella guidata da Victor Massiah è una banca più solida, con un indicatore Cet1 ratio, fully loaded, al 12 per cento. Era all’11,47 solamente quattro mesi fa.

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