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Le scommesse sulle fusioni: chi parte per primo?

Le due big si sono chiamate fuori. A questo giro Intesa Sanpaolo e Unicredit faranno da semplici spettatrici. «Non vediamo la necessità di impegnarci su acquisizioni, non c’è nessun cambio di strategia» ha chiarito ieri il numero uno di Unicredit, Federico Ghizzoni, mentre il ceo di Intesa, Carlo Messina, già a dicembre, dopo gli stress test, aveva chiarito che Ca’ de Sass guarda solo fuori dall’Italia. Il consolidamento auspicato dal governo si concentrerà tutto sul mondo delle popolari, anche se a detta di molti osservatori il punto di caduta sarebbe su Montepaschi e Carige, che popolari non sono ma che nel risiko delle popolari potrebbero trovare la salvezza. La destinazione, a sentire le voci, ma anche guardando alla Borsa, sarebbero Ubi per Siena e la Popolare di Milano per Carige. Ieri a Piazza Affari sono proseguiti gli acquisti: Ubi ha guadagnato il 3,1%, Carige l’1,5%, Bper il 7,12% mentre Bpm è scesa dello 0,66% dopo aver guadagnato lunedì il 15%. 
Il numero uno di Ubi, Victor Massiah, a quanto si sa potrebbe essere interessato alle attività in Veneto di Mps, per allungare la filiera che da Bergamo e Brescia si estenderebbe verso il Veneto. Mentre per Bpm viene fatta notare la contiguità con Genova dove ora la guida è in mano a Piero Montani, arrivato in Carige proprio dopo aver risanato Bpm, e l’interesse di Andrea Bonomi, che di Piazza Meda è stato presidente.
Ma se la logica è quella di aumentare l’efficienza del sistema e ridurre la frammentazione, sul mercato ritengono probabile che il primo fronte posa essere una razionalizzazione in Veneto che passerebbe per la fusione tra la Popolare di Vicenza e Veneto Banca, e in Lombardia mettendo insieme Popolare di Sondrio e Credito Valtellinese. Si racconta che a dicembre, terminati gli stress test, ci sia stato un tentativo di avviare un dialogo tra la vicentina e Veneto Banca, ben visto dalla Banca d’Italia, che però si sarebbe risolto in un rifiuto. Con la trasformazione in spa tornerebbe sovrana l’assemblea, con nuovi equilibri, e dunque un’opposizione di principio sarebbe più difficile.
Sullo sfondo della riforma, tuttavia, come ha fatto notare ieri l’amministratore delegato di Bper, Alessandro Vandelli, esiste anche il rischio «che un gruppo di fondi di private equity esteri possa approfittare di questa situazione». Non si può certo escludere che nella girandola di scambi in Borsa di questi ultimi giorni qualcuno possa aver già preso posizione. Magari per tirare fuori le azioni una volta approvata la trasformazione in spa e giocarsele sul tavolo del risiko.
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