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Le risposte di Bankitalia a tutte le domande sui salvataggi a Nordest

Tutto per iscritto. Perché si è arrivati alla grande crisi delle banche venete; perché si è risolta con il passaggio a Intesa Sanpaolo; se c’erano alternative alla liquidazione: insomma, tutto quello che avreste voluto sapere sulla crisi delle banche del Nordest — e in molti hanno osato chiedere — è spiegato dalla Banca d’Italia in 13 pagine e 26 «domande e risposte» redatte dagli uffici del governatore Ignazio Visco e pubblicate sul sito della Banca d’Italia, che servono a chiarire i contorni di una vicenda molto complessa e unica nonché come difesa di Via Nazionale dall’accusa di non avere vigilato.

«La crisi delle due banche venete è stata generata dalla gravissima recessione che ha colpito il Paese, ma anche da comportamenti scorretti degli amministratori e dei dirigenti» emersi «negli ultimi quattro anni», con inchieste giudiziarie avviate dietro segnalazioni della Banca d’Italia. Tra le irregolarità, l’avere gonfiato il patrimonio attraverso i cosiddetti «prestiti baciati», cioè finanziamenti concessi ai clienti per far comprare loro azioni della stessa banca.

Questo è comunque il passato. La «ricapitalizzazione precauzionale» come per Mps non è stata possibile per le «valutazioni delle autorità europee in materia di perdite “probabili nel futuro prossimo” — un concetto introdotto dalla nuova normativa sulla gestione delle crisi, che ne impone la copertura con capitali privati — e sul piano di ristrutturazione delle due banche venete». Che non piaceva più alle Ue, anche se per mesi è stato perseguito mentre i clienti intimoriti svuotavano i conti. «Quand’anche l’aiuto fosse stato in concreto erogato» dal governo anche senza l’ok Ue, le banche non avrebbero potuto usare i soldi per la «significativa incertezza sull’effettiva disponibilità di capitale» determinata dal contenzioso con Bruxelles.

Saltato questo piano, «pur nei ristrettissimi tempi a disposizione» è stata aperta una gara, «cinque gruppi bancari e un gruppo assicurativo» sono andati a vedere i numeri e alla fine Unicredit ha fatto un’offerta per «una parte molto piccola» mentre è risultata «vincente» quella di Intesa Sanpaolo.

L’unica alternativa era la «liquidazione “atomistica”, ossia la vendita nel tempo» a pezzi, con costi «più elevati» per creditori, soci e debitori. Solo lo Stato avrebbe dovuto rimborsare immediatamente 8,6 miliardi di garanzie ai possessori dei bond emessi nel 2017 per sostenere la liquidità delle due banche.

Adesso invece lo Stato versa 5 miliardi a Intesa Sanpaolo per aiutarla nella tenuta del patrimonio e ne garantisce per le perdite sui crediti eventualmente non recuperati fino a 12 miliardi. Le cosiddette «sofferenze bancarie» (npl) passano alla Sga, la ex bad bank del Banco di Napoli, ora del Tesoro, che «potrà gestire i crediti deteriorati in un’ottica di recupero “paziente”» in tempi lunghi, con valori di recupero attesi molto più alti rispetto a quelli «di mercato» del 22% (prima addirittura del 18%) fissati dalla Ue per Banca Etruria, Banca Marche, CariChieti, CariFerrara, le quattro banche saltate nel 2014. Ma com’è stato possibile ottenere l’ok agli aiuti di Stato? Perché il sostegno pubblico è andato «a un soggetto in liquidazione, che dunque esce dal mercato e pone problemi minori» dell’aiuto a una banca che resta sul mercato.

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