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Le rate sospendono la confisca

Dopo la riforma fiscale del 2015 non potrà più essere disposta la confisca sui beni del contribuente in presenza di un semplice accordo sulla rateizzazione. Ciò anche in assenza di un sequestro preventivo. Sarà dunque sufficiente un accertamento con adesione o una conciliazione giudiziale o, ancora, una transazione.

Lo ha sancito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 28225 del 7 luglio 2016, ha accolto il ricorso di un imprenditore finito nel mirino degli inquirenti con l’accusa di dichiarazione infedele.

Nei confronti dell’uomo era stato spiccato un provvedimento di confisca per oltre 200 mila euro. La difesa ha chiesto il dissequestro lamentando, prima di tutto, la mancata e preventiva escussione del patrimonio aziendale. Poi ha usato come grimaldello per invalidare la misura il nuovo articolo 12 bis del dlgs 74 del 2000.

La tesi ha vinto presso i giudici del Palazzaccio che, accogliendo il gravame hanno infatti spiegato che la non necessità di un preventivo decreto di sequestro si evince anche dal testo del nuovo art. 12-bis, comma 2, dlgs n. 74 del 2000, che deve essere interpretato nel senso che l’impegno del contribuente a versare all’erario le somme dovute non è condizionato dall’eventuale presenza di un sequestro, sterilizzando solo gli effetti della confisca.

Da ciò deriva che la sentenza impugnata dalla difesa del contribuente dev’essere annullata limitatamente alla confisca con rinvio, sul punto, al tribunale di Fermo. In quella sede il tribunale dovrà tenere conto della sopravvenuta modifica normativa per effetto della quale «la confisca non opera per la parte che il contribuente si impegna a versare all’erario anche in presenza di sequestro».

In altre parole, ad avviso della Cassazione l’assunzione dell’impegno, nei soli termini riconosciuti e ammessi dalla legislazione tributaria di settore (accertamento con adesione, conciliazione giudiziale, transazione fiscale, attivazione di procedure di rateizzazione, automatica o a domanda), è di per sé sufficiente a impedire la confisca (diretta o per equivalente, la norma non fa distinzioni) dei beni che ne sarebbero oggetto poiché ritenuta comunque satisfattiva dell’interesse al recupero delle somme evase (o non versate) che dovrebbero essere ugualmente ottenute dall’esproprio dei beni del contribuente (in caso di confisca diretta), o dell’imputato, se diverso (in caso di confisca per equivalente).

Nell’affermare questi principi la Suprema corte ha inoltre ricordato che, prima di disporre il sequestro sui beni dell’imprenditore gli inquirenti avrebbero dovuto escutere il patrimonio della società e, soltanto nel caso di assenza assoluta dei beni, la misura sarebbe stata legittima.

Di diverso avviso la procura generale del Palazzaccio che, nell’udienza tenutasi lo scorso 9 febbraio, ha chiesto in requisitoria l’inammissibilità dell’intero ricorso della difesa.

Ora le carte torneranno a Fermo dove il tribunale è stato chiamato per riconsiderare l’intero caso.

Debora Alberici

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