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Le ragioni dell’Italia e quelle dell’Europa

ROMA E BRUXELLES Dopo quasi un anno, il negoziato italiano con Bruxelles si è concluso con un accordo che fornisce gli strumenti per stabilizzare il sistema bancario italiano, liberandolo dalla zavorra dei crediti deteriorati. Peccato che nel frattempo il corto circuito avvenuto tra indecisiosimo e lunghezza negoziale abbia favorito un pesante deficit informativo nei confronti della pubblica opinione e sia costato carissimo alla nostra industria bancaria. La tempesta di Borsa, per l’ennesima volta, aveva messo anche a nudo la persistente vulnerabilità oltre che la gracile credibilità del sistema-Italia nelle sue molteplici articolazioni: politiche, economiche e finanziarie.
In queste settimane si sono sprecate le polemiche su un’Europa vecchia e abitudinaria, incapace della flessibilità di pensiero e di azione necessaria per cavalcare il futuro, prona a un doppiopesismo mentale che regolarmente la induce a privilegiare gli interessi dei Paesi più forti chiudendo gli occhi sulle tante loro magagne ma martellando senza pietà sulle innegabili lacune dei più deboli. Con un atteggiamento deleterio che spacca invece di ricucire le troppe divisioni intra-europee ed erode le fondamenta dell’integrazione.
Nell’analisi c’è del vero ma non la verità rivelata. Quando la Dg Concorrenza a Bruxelles si è arroccata sull’integralismo ideologico e ha bloccato il dossier dei crediti deteriorati italiani, oltre 200 miliardi, il 17% del totale, non ha fatto un buon servizio all’Italia ma soprattutto non all’Europa e all’eurozona. È sacrosanta infatti la disciplina Ue sugli aiuti di Stato come la severità nella tutela della concorrenza nel mercato unico. Ma è almeno altrettanto sacrosanta la stabilità finanziaria della terza economia dell’euro: un suo crack travolgerebbe inevitabilmente quella dell’eurozona. In ogni caso i due piani non possono entrare in rotta di collisione.
Continua pagina 2 Adriana CerretelliContinua da pagina 1 Tanto più quando sullo sfondo c’è un’unione bancaria europea alle prime armi e nata zoppa, senza il terzo pilastro, la garanzia comune sui depositi al di sotto dei 100mila euro, indispensabile per controllare il panico in coincidenza con l’entrata in vigore delle nuove regole di bail-in.
Ma se oggi manca il paracadute psicologico e fisico, è per il ben noto rifiuto dei Paesi del Nord, Germania in testa, a mutualizzare qualsiasi tipo di rischio in Europa.
Finanziario o sociale non importa. Come testimonia del resto anche l’incerto destino della proposta italiana, che il ministro Padoan ha difeso ieri al Parlamento europeo, per creare un euro-sussidio temporaneo a favore di chi perde il lavoro in seguito a crisi economiche cicliche.
In un’unione, monetaria o bancaria o fiscale, che pretenda di fregiarsi del nome, le carenze di tutti gli attori in campo vanno in qualche modo tra loro compensate. Se in Italia, complice il crollo del Pil e della produzione industriale dal 2008 in poi, le sofferenze bancarie sono salite alle stelle ma se, naturalmente anche per questo, la Germania chiude all’ammortizzatore europeo sui depositi in un sistema bancario che però si vuole integrato a supporto della stabilità della moneta unica, Bruxelles non ha potuto ignorare l’incongruenza: la Dg Concorrenza ha dovuto tenerne conto nel valutare ruolo e qualità di eventuali aiuti di Stato. E ha dovuto chiudere la partita senza più indugi perché ogni falla aperta nel sistema italiano è un pericolo per tutto il sistema europeo.
Se l’interdipendenza finanziaria in questo caso può darci una mano, quella stessa interdipendenza ci impone però precisi oneri, in primis massima responsabilità sul fronte debito: questione strutturale e non largamente ciclica come i cattivi crediti. Oggi i tassi bassi di interesse combinati con il generoso quantative easing della Bce ne facilitano la gestione ma non la riduzione, dal 133% al 60%, come da fiscal compact. E domani?
Per tagliarlo di 20 punti, bisognerebbe mantenere al 2,5% del Pil l’avanzo primario per i prossimi 10 anni. Per toccare il traguardo si dovrebbe salire al 4% annuo, dicono i calcoli di Bruxelles, che ritiene però irrealistica la seconda ipotesi. Ma avverte: «Una contrazione dello 0,5% della crescita nominale e un aumento dei tassi dell’1% si tradurrebbero in un incremento di 7 punti del debito italiano».
Sono questi i numeri della debolezza dell’Italia, gli stessi che spiegano le riluttanze europee a concederle piena flessibilità di bilancio, se non sotto stretta sorveglianza. Né il governo Renzi può sperare di trarre vantaggio dalla deriva anti-austerità di Portogallo e Spagna: se davvero incontenibile, non farebbe infatti che accelerare le crescenti tentazioni nordiche di un’Europa e di un euro a più velocità. Non la corsa verso un’Unione più “umana”, equilibrata e protesa collettivamente a carburare sviluppo e lavoro per tutti.
Non è facile farsene una ragione. Ma sarebbe suicida pretendere di ribaltare da soli una realtà europea che, per prestare orecchio alle nostre istanze, prima pretende di convivere con un’Italia con carte e cifre in piena regola. Dopodomani il vertice Renzi-Merkel a Berlino, c’è da giurarci, non farà che confermarlo.
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