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Le quote rosa? Solo per legge

Le «quote rosa» nei consigli e nei collegi sindacali hanno funzionato. Quando e dove previste per legge. Altrimenti no. Lo si ricava dal Rapporto interistituzionale sulla partecipazione femminile negli organi di amministrazione e controllo delle società, realizzato dall’Osservatorio costituito dal Dipartimento per le pari opportunità insieme a Consob e Banca d’Italia.

L’esame prende inizio dal 2011, da quando cioè la legge Golfo-Mosca ha introdotto obblighi di equilibrio di genere fra gli amministratori e i sindaci delle società quotate in Borsa e di quelle a controllo pubblico. Percentuali passate dal 33% al 40% (per le quotate) con la legge di bilancio 2020. Per le imprese i cui titoli sono negoziati in Borsa alle disposizioni normative si aggiungono poi le raccomandazioni sul tema della diversità di composizione degli organi sociali contenute nel Codice di autodisciplina. Per le banche, la disciplina sul gender balance ha indicato percentuali minime di presenza femminile pari al 20% per tutti gli istituti e al 33% per quelli più grandi. Tuttavia per le quotate è comunque oggi valido il 40% e Bankitalia, in un documento in pubblica consultazione, ha alzato a un terzo la presenza minima per tutto il settore del credito.

Passando alle evidenze empiriche, nel rapporto si legge che, sebbene «la presenza femminile nelle posizioni di vertice delle imprese italiane sia nel complesso limitata, la normativa sulle “quote” ha senza dubbio prodotto progressi ragguardevoli». Tanto è vero che nel 2020 la presenza di donne nei board delle società quotate si colloca molto al di sopra della media europea. Diverso è invece il risultato nelle società private, dove la presenza «rosa» è rimasta quasi invariata, con una crescita molto lieve.

Pochi poteri

La differenza si evidente se si osserva tutta l’evoluzione, partendo appunto dal 2011. La quota delle donne nei cda era pari al 22% nelle società private e si presentava significativamente inferiore in quelle pubbliche, quotate e banche, dove si attestava rispettivamente all’11%, al 7% e al 6%. La normativa sulle «quote rosa» ha cambiato le cose, ma solo nel perimetro della sua applicazione. Così, alla fine del 2019 la quota femminile è passata al 37% nelle società e banche quotate, percentuale quindi già superiore a quella prevista dalla legge Golfo-Mosca e vicina a quella disposta a partire dal 2020, e al 25% nelle aziende a controllo pubblico. Nei settori senza vincoli sulla composizione di genere l’evoluzione delle «quote rosa» è stata invece diversa: nelle società private è rimasta pressoché stabile con una crescita limitata al 24%, mentre nelle banche non quotate è salita, fermandosi però al 17%.

In ogni caso la presenza più ampia non ha significato maggior potere operativo, visto che comunque nelle società quotate solo il 2% delle donne è amministratore delegato, e nelle banche tale quota si riduce all’1%.

Ma oltre all’obbligo per legge, cosa ha concorso a determinare le differenze fra società quotate e non? Soprattutto alcune caratteristiche tipiche del nostro capitalismo, prevalentemente familiare. La presenza femminile nelle società private è legata più che altro all’appartenenza alla famiglia che ne esercita il controllo. In queste imprese, in assenza di obblighi di legge, la «selezione» storicamente si è diretta verso la presenza di componenti maschili.

Lo si può notare anche dalla disaggregazione dei dati secondo le dimensioni dell’azienda privata. La quota di donne è più alta e raggiunge il 24-25% nelle micro-imprese (con meno di 10 dipendenti), che spesso operano nel mondo dei servizi e che non di rado sono guidate da imprenditrici. Nelle società grandi, invece, dove la governance è più articolata e i board sono più ampi, la «quota rosa» scende verso il 20%. Nelle piccole si ferma intorno al 23%. D’altra parte si tratta di società che non hanno praticamente obblighi di ampliare gli organi amministrativi per consentire l’ingresso a componenti indipendenti, fra i quali le donne sono in netta maggioranza.

Le società non quotate inoltre non risentono nemmeno delle pressioni del mercato: fra gli investitori è crescente l’attenzione alla sostenibilità e in particolare anche a temi come la composizione di genere nei board e nelle prime linee manageriali. Ma ciò che riguarda oggi le società che hanno aperto il capitale e sono andate in Borsa, sempre di più coinvolgerà anche tutte quelle che si rivolgono al private equity o che fanno ricorso al mercato con bond o che, semplicemente, puntano a diventare (o restare) internazionali.

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