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Le promesse? Su una «chiavetta» e in greco

La maratona di Bruxelles prosegue e Atene studia manovre acrobatiche per ultimare una lista di riforme che sblocchi il negoziato senza fare troppo male. 
Colpire i ceti privilegiati e sradicare la corruzione è il criterio sul quale il governo Tsipras ha incentrato la propria strategia comunicativa e il programma proposto ai tecnici del Gruppo di Bruxelles. Un piano in 18 punti da integrare e perfezionare entro questa settimana, giudicato finora insufficiente a convocare l’Eurogruppo che dovrebbe autorizzare lo scongelamento immediato di circa 2 miliardi di euro, parte dell’ultima tranche di aiuti da 7,2 miliardi concordata con l’ex troika, fondi indispensabili per disinnescare la crisi di liquidità a orologeria prevista per il 20 aprile, quando le casse dello Stato potrebbero restare a secco. Programma troppo vago e approssimativo, inadeguato anche dal punto di vista formale: «Presentato solo in greco e in formato elettronico su supporti mobili» dicono fonti Ue.
Secondo la stampa greca sarebbe già pronto un Piano B con misure più rigide da mettere sul tavolo all’ultimo minuto, ma si va avanti con la prima versione. Il premier Alexis Tsipras continua a dirsi «ottimista» sui pagamenti (solo per salari e pensioni di fine marzo servono 1,7 miliardi, ai quali si aggiungeranno scadenze per oltre 5 miliardi di rimborsi finanziari nelle prossime settimane) e «fiducioso» in una soluzione condivisa con l’Europa: «Ci sono poteri che rappresentano interessi precisi e vogliono la rottura, ma ci sono anche forze che cercano un compromesso sincero, e che prevarranno».
Ad Atene calcolano che il piano dovrebbe portare allo Stato tre miliardi di euro e garantire per il 2015 una crescita del Pil all’1,4% e un avanzo primario dell’1,5%. Tra le misure allo studio, tassa del 50% sui beni dei politici, innalzamento del carico fiscale fino al 50% per i redditi più alti, aumento dell’Iva nelle isole turistiche; imposte sull’alcol, stretta sul traffico di sigarette e carburante. Il quotidiano I Avgi riporta un progetto anti-evasione del ministro delle Finanze Yanis Varoufakis per la creazione di una piattaforma elettronica di monitoraggio che incroci profili fiscali e operazioni di compravendita.
Capitolo pesante — nel quale il pragmatismo del primo ministro s’intreccia con le resistenze protezioniste di parti della sinistra radicale e della destra nazionalista alleata di governo — le privatizzazioni con partecipazione del settore pubblico. In primo piano la cessione della quota statale del porto del Pireo, dove già dal 2008 i cinesi del gruppo Cosco controllano due terminali. Dalla vendita del 67% della Piraeus Port Authority (che dal 24 febbraio ha ceduto in Borsa il 33% del valore), l’esecutivo prevede di ricavare oltre 500 milioni.
Appena rientrato da un viaggio a Pechino, il vice premier Yannis Dragasakis ha ribadito che esistono «possibilità illimitate di cooperazione con la Cina». E in pole position, per prestiti e collaborazioni, c’è sempre Mosca — una relazione speciale regolarmente invocata da Atene per aumentare la pressione su Bruxelles. Il governo sarebbe infine pronto a cedere quote in 14 aeroporti.
Tensione nella maggioranza, tra voci (smentite) di fronde e rimpasti. Secondo indiscrezioni, in una delle ultime riunioni Tsipras avrebbe placato gli allarmismi raccontando un aneddoto dell’era di Georgios Papandreou, il capostipite della dinastia socialista: «Minacciato durante un discorso in Parlamento da un esponente dell’estrema destra che gridava “io ti ucciderò!”, Papandreou si fermò e chiese “Chi ha parlato?”. Riconosciuto il deputato, concluse: “Allora non importa”». Volano i coltelli, nel Parlamento di Atene?

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