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Le professioni al risiko delle competenze

di Andrea Maria Candidi e Giovanni Parente

Il paradosso è tutto italiano. La mediazione nata per cercare la pace tra le parti, e decongestionare la giustizia civile, sta creando qualche dissapore tra le professioni. La ragione? L'assenza di competenze esclusive. Allora tutti in campo, a formare mediatori e organismi di conciliazione. A non prenderla proprio bene sono stati gli avvocati, che hanno visto un territorio di riserva (quello dell'assistenza legale), progressivamente eroso anche da categorie che avevano nei cromosomi altre caratteristiche.

La manifestazione più evidente dello scarso gradimento è stato il ricorso presentato dall'Oua (l'organismo unitario dell'avvocatura) al Tar del Lazio per bloccare il regolamento del ministero della Giustizia. Tra i punti più controversi ci sono proprio la mancanza di altri titoli oltre alla laurea triennale per esercitare la mediazione e il regime transitorio per l'abilitazione degli organismi. Un ricorso che ha tenuto in bilico fino all'ultimo il debutto dell'obbligatorietà del sistema per alcune materie (dalle locazioni ai contratti bancari assicurativi), scattata lo scorso 21 marzo. Gli altri professionisti, e non solo nel campo giuridico-economico, si sono fatti trovare pronti alla chiamata, salvo parlare quasi tutti della possibilità di discutere di eventuali correttivi anche per venire incontro agli avvocati, ma senza mettere in discussione l'impianto della riforma.

«Il Consiglio nazionale forense condivide le ragioni di fondo della riforma (cioè la riduzione dell'arretrato civile, ndr), ma mettere la mediazione nelle mani di soggetti non adeguatamente preparati rischia di trasformarsi in una negazione dei diritti» spiega Andrea Mascherin, segretario del Cnf, che per motivare la posizione degli avvocati ricorre a un caso concreto: «una persona diffamata che avrebbe diritto a un risarcimento di una certa consistenza potrebbe chiudere la procedura a cifre inferiori se il mediatore non ha una competenza specifica. In casi come questi la conciliazione è stata raggiunta, dunque l'istituto ha funzionato, ma nella sostanza è stato negato un diritto».

La mediazione è la madre di tutte le crepe che si sono aperte nelle ultime settimane tra gli ordini, ma non è l'unica. Il filo conduttore, invece, è uno solo: la coincidenza di competenze che si trasforma in sovrapposizione e non permette di delineare con precisione il campo. Prendiamo il caso dell'assistenza tributaria e fiscale. La Cassazione ha condannato per esercizio abusivo un consulente del lavoro che prestava la sua opera anche in campo fiscale (si veda anche l'articolo nella pagina precedente). La sentenza ha tirato una linea: no all'assistenza fiscale e contabile anche a lavoratori autonomi e imprese.

Eppure sono gli stessi diretti interessati a buttare acqua sul fuoco. Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili, spiega: «È una sentenza da leggere e da rispettare, ma non credo che la strada delle esclusive estreme sia l'obiettivo di questo Paese. Ci dobbiamo abituare al fatto che le esclusive siano strettamente limitate. L'esistenza di aree di sovrapposizione con notai, avvocati e consulenti del lavoro è del tutto normale». Anche Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dell'ordine dei consulenti del lavoro, contestualizza: «Nei vari ordinamenti professionali esistono attività riservate agli iscritti e altre che, pur essendo tipiche di una professione, sono svolte non in regime di esclusiva. È il caso delle attività di natura fiscale che, negli anni, diversi provvedimenti hanno attribuito sia ai commercialisti, sia ai consulenti del lavoro e agli avvocati». Qualche dubbio in più, però, la sentenza della Cassazione lo ha creato, basta pensare all'autodenuncia del presidente dell'Ordine dei consulenti romani, Adalberto Bertucci, per esercizio abusivo della professione: una provocazione resa nota con una pagina intera di pubblicità sul Sole 24 Ore di mercoledì.

Dai tribunali arriva ancora un'altra questione. Fino all'estate 2008 la cessione di quote di Srl richiedeva l'autentica notarile per il deposito all'ufficio del registro delle imprese. Poi la manovra correttiva ha previsto anche la possibilità per i commercialisti di sottoscrivere l'atto con firma digitale e di depositarlo. Tutto chiaro? Non proprio, perché i giudici di Grosseto e Vicenza hanno riconosciuto la necessità dell'autentica notarile. A Vicenza – come evidenziato in un'interrogazione parlamentare del 16 marzo – è arrivata addirittura l'indicazione ai dottori commercialisti di non trasmettere al registro medesimo atti sprovvisti dell'autentica notarile. Giancarlo Laurini, presidente del Consiglio nazionale del notariato, spiega così le pronunce: «Non c'è dubbio che il commercialista possa redigere l'atto e poi possa trasmetterlo al registro delle imprese. Il problema evidenziato dalle sentenze è che il valore di pubblicità legale e di opponibilità a terzi deriva solo dall'autentica notarile, perché solo questo offre le garanzie di sicurezza ai cittadini richieste dalla legge».

Un ultimo fronte di frizione potrebbe essere scatenato dalla riserva nell'assistenza legale e nella consulenza stragiudiziale contenuta nel Ddl di riforma dell'ordinamento forense. Anche se Andrea Mascherin sottolinea «come il Ddl salva le specificità delle altre professioni. Perché agli avvocati è riconosciuta una competenza generale, poi ciascuna professione ordinistica con riferimento al proprio settore avrà a sua volta una competenza concorrente con l'avvocato». Ma forse è proprio su questa «competenza concorrente» che nel futuro si apriranno nuove crepe.

Bisogna poi capire come tutto questo impatterà sul Cup, Comitato unitario delle professioni. Per Marina Calderone, che ne è presidente, «le eventuali frizioni tra alcuni ordini non vanificano la validità e l'importanza dei momenti di aggregazione che, anzi, possono costituire l'occasione per ricondurre alla necessità di fare fronte comune su temi come la riforma generale delle professioni». Sembrano anche essersi ridotte le distanze con il Pat, la costola che rappresenta i consigli nazionali di alcune professioni tecniche. Il banco di prova è, comunque, il disegno di legge delle professioni alla Camera, soprattutto se dovesse entrare nel merito delle competenze.

 

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