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Le Poste nel forziere. E l’obiettivo: aiutare le imprese

Mantenere alta l’onda dei dividendi: per non scontentare i soci, cioè le Fondazioni bancarie che da Cassa depositi e prestiti vogliono cedole abbondanti e costanti. In un momento di rendimenti sottozero degli investimenti in titoli di Stato, è questo un motivo oggettivo per il quale il 25 maggio scorso la Cdp, in linea con l’azionista Tesoro (80,1%) e le indicazioni del governo, si è ripresa in pancia, al valore di 2,9 miliardi, il 35% dell’azienda ora guidata da Francesco Caio.

La quota di Poste le è stata conferita dal ministero dell’Economia a cui la stessa Cdp, con altri vertici, l’aveva ceduta nel 2010 per più soldi: 3,29 miliardi. Una retromarcia dopo sei anni, che sancisce la nuova fase di Cassa come «istituto di promozione nazionale» e ha, secondo più fonti, più ragioni.

Le cedole

La prima, appunto, è il rapporto con le Fondazioni che di Cdp hanno il 18,4%. Fu lo stesso presidente dell’Acri, Giuseppe Guzzetti, nel giugno 2015, a porre i dividendi come condizione inderogabile delle Fondazioni per l’ok al cambio di vertici e missione di Cdp, voluto dal governo Renzi. Ed è stato difatti di 853 milioni di euro il dividendo deliberato da Cdp anche per il 2015: lo stesso del 2013 e 2014. Di questi, 159 milioni sono andati alle Fondazioni (693 al Tesoro). Con Poste, che distribuisce in dividendi l’80% dell’utile netto, il flusso può essere assicurato (al bilancio 201, il 35% di Poste vale 154 milioni di dividendi, per esempio).

L’altra ragione è il rafforzamento di Poste, voluto dal governo anche in vista della quotazione della seconda porzione. Il 29,7% che Poste dovrà mettere sul listino (presentazione agli analisti attesa in ottobre) ai prezzi attuali di Borsa vale 2,6 miliardi. Troppo poco per raggiungere l’obiettivo di privatizzazioni 2016 di 8 miliardi, dopo lo slittamento della quotazione di Fs. Dalla vendita di Grandi Stazioni e dal debutto in Borsa dell’Enav dovrebbero entrare infatti circa 1,5 miliardi, che sommati ai 2,9 di Poste fanno circa 4,5 miliardi. Poco più della metà dell’obiettivo. L’idea è che Poste in Cdp possa essere valorizzata, più che lasciandola al Mef: magari ampliandone la gamma di prodotti, per clienti come le imprese. E facilitando sinergie o acquisizioni, come sull’ecommerce con Sia.

Il conferimento di Poste è comunque il segno tangibile della svolta di Cassa. A costo (quasi) zero: avverrà (dopo lo stacco del dividendo del 20 giugno) con aumento di capitale riservato al Tesoro, dunque senza esborso di soldi. La sola variazione è che il Tesoro salirà in Cdp all’82,8% e le Fondazioni scenderanno al 15,9%. «Poste è un asset di pregio — dice Stefano Caselli, prorettore all’Università Bocconi — . Questa è la prima riorganizzazione finanziaria seria degli attivi di Cdp. Porta nuovi fondi, risponde alla discesa degli utili e dà lo slancio necessario per sostenere una logica più d’intervento negli affari strategici di sistema».

Poste si aggiunge alle partecipazioni di Cdp in Eni, Fintecna, Fincantieri, Snam e Terna. Apporta liquidità in un momento di utili netti in calo (893 milioni la capogruppo Cdp nel 2015, -59% dal 2014; 859 milioni la perdita dell’intero gruppo, contro l’utile precedente di 2,7 miliardi). Arriva in un mese, giugno, nel quale il gruppo di Claudio Costamagna e Fabio Gallia è impegnato, fra l’altro, su altre tre partite: l’Ilva, il Fondo Atlante e Metroweb. La parola «salvataggi» non è più tabù, se designa il supporto al Paese e Cdp è anchor investor . Ma servono soldi, chiaro.

Per entrare nella newco sana dell’Ilva, Cdp dovrebbe stanziare, secondo fonti di mercato, 100-200 milioni; in Atlante, che sostiene le banche acquistandone anche i crediti deteriorati per evitare terremoti finanziari, ha messo a disposizione fino a 500 milioni; e se farà la banda larga unendo Metroweb con Enel Open Fiber, potrebbe dovere affrontare un investimento pro-quota (fino a 4 miliardi quello previsto nel complesso dal piano).

Il risparmio

Ci sono dei rischi, in tutto ciò, sul risparmio postale, su cui Cdp fonda la raccolta? I prodotti postali sono comunque garantiti, è una risposta. Comunque «Atlante sarà la cartina di tornasole — nota Caselli —. Deve agire da private equity, entrare nelle banche per valorizzarle. E poi uscirne». Nulla di semplice.

Perciò al Tesoro l’ufficio di Antonino Turicchi, direttore generale dal 6 maggio, lavora pancia a terra. Il 12 maggio, con decreto sulla Gazzetta Ufficiale firmato dal ministro Pier Paolo Padoan, è stato alzato il rendimento del conto di Tesoreria su cui Cdp deposita la raccolta postale (interesse calcolato all’80% sulla media dei Btp a 10 anni, che rendono, e al 20% sui Bot a sei mesi, che perdono). Intervento atteso.

Il nodo resta il rapporto fra Cdp, che produce libretti postali e buoni fruttiferi, e Poste, che li distribuisce. Cdp dà per questo a Poste 1,6 miliardi sui suoi 252 miliardi di raccolta postale. Con i tassi bassi e il calo della raccolta, sarebbe costretta a rinegoziare la convenzione: ma con Poste in casa, il rapporto può essere più fluido. Conflitto d’interessi? No: i criteri d’indirizzo e gestione di Poste restano al Tesoro. E comunque i futuri rapporti economici tra Poste e Cdp andranno valutati come operazioni fra parte correlate.

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