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Le Popolari aprono alla riforma: Spa ibrida o doppio canale di voto

Sì a una riforma condivisa con l’Esecutivo. Che, se deve proprio essere tale, preveda almeno l’introduzione del voto plurimo per i soci più piccoli e stabili. Le banche popolari si dicono «disponibili a un confronto con l’Esecutivo» sul tema del decreto legge che impone ai 10 maggiori istituti popolari di trasformarsi in Spa nel giro di diciotto mesi.
Ieri a Milano c’è stato l’atteso Cda di Assopopolari durante il quale il comitato di esperti – formato da Angelo Tantazzi, Piergaetano Marchetti e Alberto Quadro Curzio – ha presentato le ipotesi da cui ripartire per «modernizzare il sistema delle banche popolari», come scritto in una nota finale dell’associazione. Sono dunque due gli scenari che gli istituti vedono possibili e su cui vogliono intavolare un dialogo con il Governo.
Il primo è quello che contempla il superamento del principio del voto capitario e quindi la «forzosa conversione in Spa»: una prospettiva, questa, che gli istituti forse accetterebbero obtorto collo ma che nel contempo non appare «scevra di dubbi di legittimità costituzionale».
Tuttavia, anche per ammorbidire l’impatto di una riforma che rischia di aprire il capitale delle banche a un ingresso massiccio da parte di investitori internazionali, i “saggi” fanno una proposta.
Di fatto gli esperti nominati da Assopopolari suggeriscono di introdurre la «ponderazione del voto di capitale, con particolare favore per i soci con possesso azionario limitato/durevole».
Un’apertura che sa di disco verde al voto plurimo. Lo strumento, previsto dal Dl Competitività e appena introdotto in alcune società quotate come Astaldi, Amplifon e Campari, avrebbe il merito di dare maggior peso ai soci storici delle banche, come associazioni e fondazioni, pur favorendo l’ingresso a investitori istituzionali. E peraltro proprio in questa direzione dovrebbe andare uno degli emendamenti al testo a cui sta lavorando lo stesso Pd. Va detto tuttavia che proprio l’introduzione in Italia del voto plurimo ha scatenato la protesta di alcuni dei maggiori investitori istituzionali al mondo, che nei giorni scorsi hanno inviato una lettera al premier Matteo Renzi per chiederne la revoca perchè ritenuto punitivo per il comparto. Con l’introduzione del voto plurimo, e il superamento del principio “una testa, un voto”, le popolari aprono la porta all’evoluzione in Spa ibride, schema su cui la stessa Bpm, su input dell’allora azionista di maggioranza Andrea C. Bonomi, iniziò a confrontarsi negli anni scorsi prima dello stop dei sindacati. Chiesta a gran voce da Bankitalia e Bce, la trasformazione in Spa ibrida – per quanto second best rispetto alla Spa tout court – avrebbe il pregio di essere la soluzione più apprezzata dagli investitori. Lo schema potrebbe essere ulteriormente corretto con l’introduzione del tetto al diritto di voto (l’ipotesi su cui si sta lavorando è del 3-5%). La carta potrebbe tornare buona nel dibattito parlamentare che si aprirà nei prossimi giorni.
Il secondo scenario proposto dal comitato di esperti è fondato invece su una «più significativa apertura al capitale nella formazione degli organi di governo della popolare cooperativa». In questo ambito si potrebbe prevedere la creazione di un doppio canale per il voto, con il mantenimento del voto capitario per i piccoli soci e la valorizzazione del voto dei soci istituzionali (Oicvm) negli organi degli istituti.
Resta il fatto che il governo ha fatto capire chiaramente il suo pensiero, secondo cui il principio del voto capitario è da ritenersi superato. Lo stesso premier Renzi nei giorni scorsi ha ribadito che è pronto a mettere la fiducia sul provvedimento per evitare sorprese e che la trasformazione in Spa è un punto imprescindibile.?Quasi a conferma della convinzione con cui il governo guarda al testo, basti pensare che il ministro Pier Carlo Padoan, è volato ieri a Bruxelles per illustrare già i contenuti del decreto alla Commissione Ue.
Il confronto ora si sposta in Aula. Giovedì prossimo Caselli è atteso in audizione alla Commissione finanze alla Camera e lì presenterà le posizioni dell’associazione. Da parte dei banchieri c’è intanto cautela. Per il presidente del Cds di Bpm Piero Giarda «la relazione (dei saggi, ndr) va metabolizzata». Mentre secondo il presidente del Creval, Giovanni De Censi, il problema delle banche popolari è «un problema grande che merita discussioni approfondite». Escluse possibili fratture interne tra quotate e non quotate. «Se c’è una riforma è per tutti, l’importante è che sia una buona riforma», ha detto Gianni Zonin, presidente della Banca popolare di Vicenza.

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