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Le Pmi vicentine a caccia di soci per evitare i debiti

Sempre meno isolate e padronali, sempre più aperte e managerializzate. Nel prossimo futuro, il 3,8% delle imprese di Vicenza – tuttora la prima provincia italiana per export pro capite e seconda in valori assoluti dopo Milano e prima di Torino – prevede di aprire il proprio capitale ad investitori finanziari (ad esempio fondi di private equity), e il 24,8% lo ritiene possibile.

È un cambiamento di mentalità, quello che emerge dall’indagine di Confindustria Vicenza che da 10 anni fotografa la situazione del mercato del credito in provincia e le dinamiche dell’andamento del rapporto banca-impresa.

La ricerca, per l’anno 2020, si doveva svolgere nei mesi primaverili. Lo scoppio della pandemia ha fatto saltare lo schema, con le imprese alle prese con una situazione inedita e in qualche caso nell’impossibilità di operare, con conseguenti pesanti impatti sulla situazione finanziaria.

L’indagine è stata perciò posticipata e focalizzata sulla verifica degli impatti e sull’utilizzo, da parte delle aziende, degli strumenti di supporto finanziario messi in campo dal Governo. La rilevazione è stata condotta con la collaborazione attiva di 262 imprese associate, proporzionalmente ripartite tra i diversi settori di attività e le varie classi dimensionali.

Di fatto il 21% delle imprese ha subito un blocco totale dell’attività. Il 39,3% ha lavorato solo parzialmente, mentre il 39,7% è riuscito a produrre con una certa continuità. L’82,5% delle aziende conferma che l’emergenza Covid-19 avrà una duratura ricaduta sul business aziendale (in termini molto significativi per il 31,7%, più leggeri per il 50,8%). Nei primi sei mesi del 2020 il fatturato è risultato in calo nel 79,8% del campione. La previsione per tutto l’anno indica che le vendite risulteranno inferiori nel 74,4% delle aziende.

Per quanto riguarda gli impatti sulla liquidità, il 63,7% delle imprese ha registrato insoluti. La grandissima maggioranza delle aziende (78,2%) ha concesso ai propri clienti proroghe o dilazioni di pagamento. Solo in circa un terzo dei casi (31,3%) sono state chieste ai fornitori dilazioni o proroghe.

«Uno scenario di grande solidità finanziaria delle imprese – spiega Mirko Bragagnolo, presidente della Piccola impresa di Confindustria Vicenza e delegato a Credito e finanza – che oltre a richiedere un finanziamento in banca valutano la possibilità di nuovi investitori, ben consapevoli che moratorie e altri strumenti sono nella sostanza nuovo debito che va equilibrato con mezzi propri».

Guardando al livello di utilizzo degli strumenti di supporto alla liquidità, il 52,4% delle aziende ha chiesto – e in parte già ottenuto – questi nuovi prestiti a medio termine. Il 45,4% delle imprese ha chiesto alle banche l’applicazione della moratoria al 30 settembre delle rate dei mutui (il 30,5% per l’intera rata),

Il 77,5% delle aziende dichiara di avere, con molta probabilità, sufficiente liquidità per i prossimi 12 mesi, mentre il 22,5% prevede, ad oggi, di non essere in grado di coprire il proprio fabbisogno finanziario fino a giugno 2021. «Anche in questo caso – sottolinea Bragagnolo – si tratta di un segnale di maturità di aziende complessivamente sane e, come rilevato in passato, bancabili: un orizzonte di un anno che può permettere di gestire le difficoltà». E anche di svolgere un ruolo di ammortizzatore per l’intera filiera: il 63,7% delle imprese ha registrato insoluti, eppure la grandissima maggioranza delle aziende (78,2%) ha concesso ai propri clienti proroghe o dilazioni di pagamento, mentre solo in circa un terzo dei casi (31,3%) sono state chieste ai fornitori dilazioni o proroghe.

Ancora, a causa dell’incertezza dello scenario economico e a difesa della liquidità il 43,1% delle imprese ha posticipato o annullato investimenti già programmati.

Alle banche è stato assegnato un rating sulla qualità delle risposte fornite in merito all’applicazione pratica del Decreto Liquidità, che è risultato nella maggior parte dei casi intermedio.

Nell’ultimo anno si sono registrati molti movimenti nelle aziende vicentine, che vanno nella direzione della crescita e del consolidamento. A fine dicembre 2019 l’aggregazione fra Mevis ed Euromeccanica ha dato vita a una realtà industriale integrata forte di 800 collaboratori, un export vicino all’80% e stabilimenti in Italia, Cina e Slovacchia. Nel settore della concia gli ultimi anni hanno registrato l’interesse di fondi stranieri: CVC Capital Partners è entrato in maggioranza nella compagine sociale della holding di famiglia che controlla Conceria Pasubio, mentre NB Renaissance Partners ha rilevato la maggioranza di Rino Mastrotto Group di Trissino e neanche un anno dopo è arrivata l’acquisizione della Nuova Osba Italia Spa, storica conceria del distretto fiorentino di Santa Croce.

Una innovativa gestione della finanza d’azienda ha invece consentito alla vicentina Morato Pane di acquisire, in tempi record e battendo la concorrenza di altri pretendenti, la trevigiana Roberto Industria Alimentare, diventando così la seconda realtà italiana nel mercato della panificazione confezionata: circa 250 milioni di fatturato e otto stabilimenti. L’operazione ha visto la regia di Hoshin Corporate Finance, che in qualità di “debt advisor” ne ha strutturato il finanziamento, individuando e coordinando un pool di finanziatori eterogenei e complementari tra loro (Illimity, Springrowth, Iccrea) che hanno così sostenuto il processo di crescita della Morato. «Rispetto all’estate scorsa, il numero di nostre aziende associate è stabile , ma aumentando come rappresentanza di dipendenti – sottolinea Luciano Vescovi, presidente di Confindustria Vicenza – Questo irrobustimento strutturale ha già avuto, in piena crisi sanitaria, un risultato importante, e cioè la difesa, da parte dei gruppi principali e delle aziende leader, della filiera e delle aziende terziste e fornitrici di componenti, concedendo dilazioni e di fatto agendo da cuscinetto per non svaricare a valle le difficoltà finanziarie. Un ruolo determinante per difendere il sistema delle nostre eccellenze dalle quali dipende il primato italiano, ma anche buona parte dell’industria tedesca, a cominciare dall’automotive».

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