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Le Pmi sono la carta anti-crisi della Ue

di Chiara Bussi

Vulnerabili perché con le spalle meno larghe, spesso costrette ad affrontare da sole i venti contrari della crisi. Ma gioiellini di innovazione e qualità del lavoro capaci di creare nuova occupazione. Sono le Pmi l'asso nella manica per risollevare l'economia europea dallo spettro sempre più concreto della recessione. Ne è convinta la Commissione Ue che pubblica oggi una fotografia inedita sul peso dei "piccoli". Dove l'Italia conferma però il proprio differenziale con la Germania in termini di posti di lavoro e incentivi.
Tra il 2002 e il 2010 – rivela lo studio – l'85% della nuova occupazione netta (900 milioni di posti) nella Ue è stato creato da piccole e medie imprese. Un ritmo di crescita dell'1% all'anno, il doppio rispetto a quello registrato dalle grandi e più veloce dell'aumento della popolazione attiva (0,8 per cento) sulla scia della performance di alcuni Paesi dell'Est, come Bulgaria, Romania e Slovacchia. Se a Berlino le nuove assunzioni portate in dote dai "piccoli" sono cresciute dell'1,7%, Roma ha registrato un ben più modesto +0,8 per cento, ma ha fatto meglio di Francia (+0,3%) e Spagna +(0,2% per cento). Solo Repubblica Ceca e Malta hanno segnato una riduzione dell'occupazione nelle piccole e medie imprese, mentre in Lettonia il tasso è rimasto invariato. A tirare la volata sono state le start up e le imprese con meno di cinque anni, in particolare nel settore dei servizi.
Nel biennio 2009 e 2010 la crisi ha però mutato lo scenario e i suoi effetti si sono fatti sentire soprattutto tra le piccole imprese, che hanno registrato un calo medio annuo dei posti di lavoro del 2,4% rispetto al rallentamento dello 0,95% in quelle grandi. Tra le nubi più nere da scacciare per le aziende di minori dimensioni – secondo un sondaggio effettuato da Bruxelles a fine 2010 – figurano il calo degli ordinativi (che ha colpito il 58% delle Pmi interpellate) e l'aumento dei ritardi di pagamento (segnalati dal 49% dei "piccoli"). L'innovazione si è però dimostrata uno strumento di difesa efficace contro la crisi: nei Paesi più avanzati su questo fronte, infatti, la quota di imprese che lamenta un calo degli ordinativi scende al 45% e quelle che dichiarano di soffrire del ritardo dei pagamenti passa al 32 per cento.
Per incoraggiare le Pmi a non licenziare i propri dipendenti o ad assumere nuova forza lavoro i governi hanno messo in campo sistemi di incentivi che includono una riduzione temporanea dell'orario o forme di sostegno per finanziare corsi di formazione continua. Anche qui l'Italia sconta un divario. Se in Germania hanno usufruito di queste agevolazioni il 19% delle Pmi, nella Penisola la quota scende al 12 per cento.
Dallo studio, sottolinea il vicepresidente della Commissione Ue e responsabile per l'industria Antonio Tajani, «emerge chiaramente che il sostegno al potenziale delle Pmi deve essere al centro delle politiche dei governi per uscire dalla crisi e creare occupazione. La strategia europea dello Small Business Act indica le vie maestre da seguire: più accesso ai capitali, meno burocrazia e sostegno all'internazionalizzazione». Tajani ricorda la strada tracciata da Bruxelles, «condivisa anche dalla presidenza di turno danese della Ue»: dal piano per facilitare l'accesso ai capitali per le piccole imprese, presentato nel dicembre scorso insieme al responsabile del Mercato Interno Michel Barnier, alla «lotta senza quartiere a burocrazie e ostacoli al business», anche col supporto dei Mister Pmi nazionali, per aprire un'impresa in tre giorni con soli 100 euro fino alla nuova strategia sull'internazionalizzazione (si veda nell'articolo in basso).
Riguardo all'Italia, aggiunge il vicepresidente, «dagli incontri avuti con il Ministro allo Sviluppo Economico Corrado Passera è emersa una completa identità di vedute sui temi di particolare urgenza come i ritardi di pagamento e l'accesso al credito».
Il rapporto, gli fa eco Stefano Manzocchi, direttore della Luiss Lab of European Economics, «conferma che le imprese italiane nel recente passato sono rimaste sole. La classe politica dovrebbe leggere bene questo studio per non ripetere gli stessi errori. Le misure che il governo Monti sta preparando sul fronte della liberalizzazioni e degli aiuti alle imprese vanno nella giusta direzione. Il prossimo passo dovrà essere quello di una pubblica amministrazione più aperta alle esigenze delle Pmi».

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