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Le pmi fanno di necessità virtù e il giro d’affari si risolleva

Produzione più snella; sforbiciata sugli sprechi; una maggior presenza sul digitale. Sono solo alcuni dei benefici che, malgrado tutto, le imprese italiane hanno raggiunto proprio per reagire alla pandemia. L’immagine riflessa dall’analisi di I-AER, Istituto di ricerca economica applicata, dedicato alle pmi, è quella di una ossatura economica del Paese, fatta di milioni di piccole e medie imprese, che risulta addirittura rafforzata dall’emergenza sanitaria. Passando al setaccio i conti di 450 imprese prima e dopo la pandemia si arriva a decretare l’assoluta resilienza del sistema Italia. A sostegno di questa tesi, i numeri. Secondo l’analisi di I-AER, infatti, se il passaggio da un mondo pre-Covid a uno pandemico si era tradotto in un calo medio del 4,4% del fatturato delle piccole e medie realtà imprenditoriali del Paese, il ritorno alla speranza decretato dall’arrivo dei vaccini si è tradotto in un rimbalzo dell’economia con il giro d’affari del primo trimestre del 2021 in aumento dell’11,5% rispetto allo stesso periodo di un anno prima. «Le aziende italiane hanno sofferto inizialmente del lockdown che ha bloccato per un certo periodo il commercio e soprattutto le esportazioni», ha sottolineato Fabio Papa, fondatore e direttore scientifico di I-AER. «Grazie agli investimenti in nuove tecnologie e alla ripartenza della congiuntura internazionale, tuttavia, le aziende sono tornate a fatturare, potendo contare su di una situazione reddituale addirittura migliore che in passato». Il perché è presto detto. L’avvento della pandemia è stata l’occasione per molti imprenditori per andare a fare pulizia nei propri bilanci scoprendo inefficienze, linee di credito talvolta eccessive per le necessità aziendali e un eccesso di consulenze non proprio efficaci. Il risultato è stato un efficientamento della catena produttiva e un rafforzamento patrimoniale. «Le imprese hanno cercato di difendersi dall’incertezza determinata dalla pandemia per prima cosa tagliando i costi e aumentando la marginalità», ha spiegato Papa. «Si è poi cercato di preservare la liquidità nel timore che l’emergenza pandemica potesse durare molto a lungo. E infine sono stati eliminati gli sprechi come i costi legati alle consulenze non necessarie. Gli imprenditori hanno poi beneficiato di una riduzione dei consumi elettrici e di materie prime legate al calo temporaneo degli ordinativi. Hanno approfittato delle moratorie sui debiti, della cassa integrazione, hanno rinegoziato le linee di credito con le banche e interrotto l’indebitamento non strumentale alla vita delle aziende». Anche in questo caso, a supporto della teoria ci sono i numeri elaborati dagli esperti. Ebbene, secondo l’analisi di I-AER, la liquidità media del campione di piccole e medie imprese ha registrato un incremento del 12% tra il 2019 e il 2020 che sale addirittura a +23% estendendo l’analisi al primo trimestre di quest’anno. Ed ecco allora che il livello del Ros (risultato operativo medio) ha messo il turbo nell’ultimo anno portandosi in media all’8,2% rispetto al -3,5% registrato nel primo trimestre del 2020. «Molte imprese hanno potuto adattarsi velocemente alle trasformazioni del mondo in cui eravamo entrati a causa del Covid», ha continuato Papa. «In particolare, il comparto del commercio e quello dei servizi sono stati molto più veloci a modificare le proprie strutture rispetto al segmento produttivo. Sfruttando le opportunità offerte dalla digitalizzazione e investendo sulle nuove tecnologie, queste realtà imprenditoriali hanno saputo trarre un vantaggio immediato dalla situazione arrivando a modificare il proprio modello in un’ottica nuova. E questo ha consentito loro non soltanto di resistere ai contraccolpi della crisi pandemica ma, addirittura, di trarre vantaggio dalla situazione». È questo il caso, per esempio, delle piccole realtà commerciali che sono riuscite ad aprire velocemente canali di vendita online che hanno garantito loro l’accesso a mercati che non avevano minimamente esplorato nell’epoca pre-Covid. A fare da traino a questo nuovo modo di fare impresa sono state soprattutto le nuove generazioni. «Il passaggio generazionale in Italia rappresenta ancora un tema particolarmente delicato con gli imprenditori vecchia maniera poco disposti a cedere il timone ai nuovi arrivati», ha ammesso Papa. «In questo caso, invece, è stata proprio la presenza di giovani leve all’interno delle aziende a determinare la resilienza di molte pmi italiane nei lunghi mesi del lockdown». È facile capire, infatti, come la dimestichezza dei giovani con i nuovi strumenti digitali abbia consentito a molte imprese di compiere in pochi mesi quel salto generazionale che, in condizioni normali, non sarebbero riuscite a fare nemmeno in diversi anni. «Nonostante il ricorso all’e-commerce, quello che ha tenuto in piedi le nostre imprese nel corso del 2020 è stato il mercato interno», ha chiosato Papa. «I blocchi di natura fisica imposti dai lockdown hanno reso difficile non soltanto il transito delle merci quanto piuttosto i rapporti commerciali. Non ci sono state fiere, gli agenti avevano difficoltà a visitare i propri clienti. E tutto questo si è tradotto in una forte contrazione delle esportazioni. E adesso che la situazione sembra andare via via normalizzandosi, sono le aziende più digitalizzate a sfruttare meglio la riapertura dei mercati andando a fare leva su strumenti che, prima della pandemia, avevano faticato a fare propri».

Cosa attendersi dunque per i mesi a venire? Se è vero che l’Italia tornerà soltanto nel 2024 ai livelli di ricchezza del 2008 come ipotizzato dall’I-AER, è vero anche che le imprese si stanno riaffacciando al mercato con una situazione reddituale e organizzativa ben più solida rispetto al periodo pre-covid consentendo una ripartenza a razzo per la seconda metà dell’anno. Niente timori per la fine del blocco dei licenziamenti, dunque? Papa sembra non avere alcun dubbio. «Gli imprenditori non vogliono assolutamente licenziare le proprie risorse. Sono ben consapevoli che i dipendenti costituiscono il fattore essenziale per la sopravvivenza e per la crescita delle proprie imprese. E se hanno fatto ricorso alla cassa integrazione durante i mesi della pandemia è stato per preservare la solidità necessaria all’impresa per poter ripartire più forte che mai a emergenza terminata. Non credo dunque che assisteremo a fenomeni di licenziamenti di massa. Il problema è esattamente l’opposto ovvero riuscire a trovare personale qualificato capace di far fronte alle necessità delle nostre aziende».

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