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Le Pmi cinesi scoprono la concorrenza

di Micaela Cappellini

Lamentano difficoltà a trattenere il personale qualificato. Non sono sicure di avere in cassa tutto il denaro che serve loro a crescere. Ma il dato più significativo è il terzo: le Pmi cinesi cominciano a sentire il fiato sul collo della concorrenza internazionale.

L'inizio del declino? Per carità, siamo lontani da uno scenario di questo genere, non foss'altro che il fatturato delle piccole imprese di Pechino continua saldamente ad aumentare. Chiamiamola, semmai, una necessaria tappa lungo la via dell'avanzamento economico del paese. In ogni caso, la notizia è di quelle che meritano approfondimento. Anche la Cina della corsa inesorabile ogni tanto si imbatte in un sassolino.

A registrare il dato è la ricerca firmata da Forbes Insights insieme ad Acca (l'associazione globale degli esperti contabili) e, tra gli altri, al Cndcec, l'ente rappresentativo della professione contabile in Italia. Oltre 1.750 le Pmi intervistate, appartenenti a cinque paesi oltre il nostro: Canada, Singapore, Sudafrica, Regno Unito e Cina, appunto. Si chiedeva loro quale fosse stata la sfida principale affrontata nel 2010: il 34% delle Pmi cinesi – una sue tre – ha puntato il dito contro l'incremento della concorrenza, mentre solo il 20% delle altre imprese ha scelto questa risposta. Quattro Pmi su dieci fra quelle intervistate hanno dichiarato invece di non essere sicure di avere le riserve di cassa adeguate a resistere a un'altra crisi finanziaria: nel caso della Cina, le imprese timorose erano addirittura cinque su dieci.

Cos'è successo alle Pmi del Dragone, che (dati Euromonitor) rappresentano il 59% del Pil, il 50% degli introiti fiscali, il 68% dei commerci con l'estero e il 75% dell'occupazione urbana di tutta la Cina? La prima colpa è dell'inflazione, sostiene Alberto Forchielli: ideatore del fondo di private equity Mandarin Capital Partners e presidente di Osservatorio Asia, è l'unico europeo ad avere un blog sulla rivista economica "Caixin", una delle voci più indipendenti della Cina. «Per le Pmi cinesi – aggiunge – il costo del lavoro è aumentato di circa il 15%, più della produttività, che pur è cresciuta dell'8%. Senza contare che il prezzo delle commodities è andato alle stelle. Queste imprese operano nelle fasce a basso valore aggiunto, dai giocattoli al tessile, dall'arredamento all'elettronica: ovvio che con un aumento dei costi di questa portata sentano il fiato sul collo della concorrenza». Non la nostra, però, si badi bene: quella di Paesi dove produrre costa ancora meno. Come il Vietnam, la Cambogia, le Filippine, il Bangladesh. Qualcosa però l'Italia potrebbe guadagnarci lo stesso. «Per posizionarsi su fasce più alte, alle Pmi cinesi servono marchi e reti distributive degne di questo nome – sostiene Forchielli – e questo potrebbe portare a più acquisizioni in Europa».

La paura per le insufficienze di cassa, invece, è legata alla difficoltà di accesso al credito per le Pmi cinesi. «Le banche di Pechino – sostiene Forchielli – sono arretrate come le nostre negli anni 60. Il governo cerca di favorire i piccoli imprenditori con incentivi sui terreni dei parchi industriali. Ma una volta costruita la fabbrica, sul circolante per andare avanti queste Pmi si devono arrangiare. Ecco perché molte piccole, non appena crescono un minimo, vanno subito in Borsa».

Sistema bancario arretrato, dunque. Ma non solo: a tormentare il sonno dei piccoli imprenditori cinesi ci si è messa anche una vigorosa stretta sul credito. Pechino vuole limitare l'inflazione, e lo fa a scapito delle sue imprese più piccole: le grandi, infatti, non hanno nessun problema a rivolgersi alle banche statali, i cui cordoni restano ben aperti. Il fenomeno – si è letto la settimana scorsa proprio sul Caixin – è particolarmente marcato nella provincia dello Zhejiang, una delle più ricche e dinamiche del paese, dimora di migliaia di piccole imprese cinesi. A denunciarlo è o Zhejiang Development and Reform Insitute: le Pmi stanno faticando a ottenere prestiti dalle banche private e questo sta mettendo a rischio i piani di espansione di molte aziende per questo 2011. La società di analisi di Shanghai, Cebm Group, rincara la dose: solo le piccole imprese più redditizie hanno accesso al credito, e per di più a un tasso annuale tra il 12 e il 15%, vale a dire a un terzo di più del tasso di riferimento nazionale. A rischio, secondo il Cebm, non ci sarebbero solo i piani per il futuro, ma addirittura il completamento dei progetti già avviati.

Sul futuro delle Pmi, del resto, la nomenklatura di Pechino è divisa. C'è chi vuole tutelarle, e chi invece punta alla selezione della specie provocata da una rivalutazione dello yuan: le imprese meno performanti soccomberebbero, le altre sarebbero portate a fondersi tra loro e a diventare più grandi. Un altro modo per far compiere all'industria cinese quel salto di qualità che la metterebbe al riparo, appunto, dalla concorrenza.

 

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