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Le plusvalenze sono tassabili nel concordato in continuità

Non sono tassabili le plusvalenze, così come non sono deducibili le minusvalenze, originate dalla vendita di beni nell’ambito di un concordato, solo se si tratta di un concordato con integrale cessione dei beni; concorrono invece a formare il reddito imponibile secondo le regole ordinarie nel concordato di risanamento in continuità e anche nel concordato “misto”, cioè nel concordato in cui è prevista la vendita di beni non strategici a fianco della prosecuzione dell’attività d’impresa attuata con finalità di risanamento.

Lo ha precisato l’agenzia delle Entrate con la risposta a interpello n. 462 del 31 ottobre 2019, confermando quanto sostenuto su queste stesse colonne in un articolo pubblicato l’8 ottobre 2018 e smentendo la diversa tesi secondo cui, in virtù del comma 5 dell’articolo 86 Tuir, le plusvalenze e le minusvalenze realizzate mediante la cessione di beni sarebbero state fiscalmente irrilevanti in qualsiasi tipo di concordato preventivo.

Il citato comma 5 stabilisce che «la cessione dei beni ai creditori in sede di concordato preventivo non costituisce realizzo delle plusvalenze e minusvalenze dei beni, comprese quelle relative alle rimanenze e il valore dell’avviamento». Questa norma è stata scritta in modo assai infelice, ma nel corso del tempo è stato chiarito, prima dalla giurisprudenza e poi dagli stessi uffici, che con essa il legislatore ha voluto disporre che – nell’ambito di un concordato preventivo con cessione dei beni – non concorrono alla formazione del reddito d’impresa imponibile le plusvalenze e le minusvalenze realizzate per effetto della vendita – a qualunque tipo di acquirente, e non ai creditori come la lettera della norma potrebbe lasciare intendere – dei beni dell’impresa concordataria, attuata nell’ambito della liquidazione giudiziale tipica di detta forma di procedura.

L’interpretazione

Perché è da ritenersi che questa disciplina debba essere limitata al solo concordato con cessione dei beni? Perché sotto il profilo letterale il citato articolo 86 contiene un esplicito riferimento a tale tipo di concordato e, inoltre, perché sotto il profilo logico occorre considerare che il presupposto dell’esclusione deriva dalla necessità di evitare l’insorgere di un’obbligazione tributaria in capo a un soggetto, qual è l’impresa concordataria, che, attuando una «cessione dei beni ai creditori», subisce un integrale spossessamento del proprio patrimonio e conseguentemente, nonostante il realizzo delle plusvalenze, non ha quel possesso del reddito prodotto che costituisce il presupposto impositivo delle imposte personali sul reddito previsto dagli articoli 1 e 72 del Tuir.

Secondo l’agenzia delle Entrate la ratio della disposizione sarebbe da ricercare nell’intenzione del legislatore di circoscrivere la non rilevanza delle plusvalenze e minusvalenze alla sola «ipotesi in cui dopo il concordato non ci sia più esercizio d’impresa»: si tratterebbe quindi di un’agevolazione, concessa a chi è costretto a vendere i propri beni per pagare i creditori e cessa poi la propria attività, piuttosto che un’esclusione dovuta alla mancata integrazione del presupposto impositivo, come pare invece a chi scrive. Infatti la liquidazione dei beni di un’impresa cui fa seguito la cessazione dell’attività della stessa non costituisce di per sé causa di esclusione dalla formazione del reddito imponibile dei componenti reddituali che ne discendono, perché generalmente da tali componenti deriva un reddito che è posseduto dall’impresa e conseguentemente è tassabile in capo a essa; nel concordato con cessione dei beni, invece, il reddito originato dalla liquidazione non va a beneficio dell’impresa debitrice, ma dei suoi creditori, e pertanto, non essendo da essa posseduto, non è nemmeno tassabile (se non per l’eccedenza che dovesse residuare).

Le conseguenze

Conseguentemente, per evitare che nel concordato con cessione dei beni le plusvalenze e le minusvalenze concorrano a formare il reddito imponibile, non era necessario che il legislatore derogasse alle regole generali introducendo, mediante il comma 5 del citato articolo 86, un’esenzione; era sufficiente applicare le norme che individuano nel possesso del reddito il presupposto dell’imposizione personale sui redditi, demandando alla disposizione di cui al menzionato comma 5 la sola funzione di rendere palese l’esclusione derivante dall’applicazione di tali norme, al mero fine di evitare contrasti interpretativi.

Questa ratio della predetta norma, tra l’altro, giustifica meglio dell’altra il motivo per cui la disciplina di cui trattasi non può trovare applicazione nel concordato preventivo di risanamento in continuità nè nel concordato “misto”, posto che in tali procedure non si verifica alcuno spossessamento del reddito prodotto dall’impresa concordataria, mentre nulla impedirebbe di estendere anche a questi casi un’esenzione concernente la tassazione delle plusvalenze.

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