Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Le partite che bloccano il credito

La punta dell’iceberg. Tre dossier bollenti che coinvolgono tutte le principali banche della Penisola e alcuni dei nomi che hanno scritto la storia recente dell’imprenditoria italiana. Sorgenia, Risanamento e Tassara mettono assieme un buco superiore ai 7 miliardi di euro, una cifra da capogiro, che non si riesce a governare e che presenta rischi concreti: da un lato blocca l’operatività delle banche che quei soldi hanno già tirato fuori e dall’altro impone alle aziende di camminare sul filo del rasoio, basta pochissimo per portare i libri in tribunale.
«È il capitolo finale e distruttivo del cosiddetto capitalismo di relazione — dice un manager coinvolto in una di queste tre partite —, almeno della parte meno nobile di questo sistema, quella che sa sempre individuare le banche amiche e che ignora il merito di credito. Perché sia chiaro che gli affari continueranno a farsi proprio in forza delle relazioni interpersonali. La fiducia è la prima benzina dell’economia. Tutto il resto viene dopo». O non viene per nulla considerato. Il sospetto in alcuni casi è concreto.
La lista
Risanamento, Sorgenia (con Tirreno Power), Tassara, Una Hotels, Seves, Seat Pg, Italtel, le ligrestiane Imco e Sinergia, Gabetti, sono questi i dossier più significativi in fase di ristrutturazione. Ma come dimenticare il caso della Fisi, holding dell’astigiano Marco Marenco , un buco per centinaia di milioni passato quasi sotto silenzio con le solite banche a testimoniare l’incapacità diffusa di valutare il merito di credito e un colosso come Snam a rimetterci le forniture?
Sono 1,2 milioni le pratiche di crisi in Italia, 156 miliardi l’importo dei prestiti che non vengono onorati: un problema grave e sistemico, evidenziano all’Abi, l’associazione delle banche. L’energia è al centro di questa grande crisi, Sorgenia è la partita del momento. La crisi di Risanamento viene invece da lontano, si collega all’epoca dei furbetti del quartierino, gli immobiliaristi d’assalto della metà del decennio scorso e alle disavventure finanziarie del suo fondatore, Luigi Zunino, che sognò la Milano satellite, disegnata dall’archistar Norman Foster sui campi di Santa Giulia, antica periferia industriale di Milano. Arbitrava sui tassi, l’impresa di Zunino, ma non riuscì a farlo a lungo. Oggi, dopo anni, l’88 per cento del capitale sociale di Risanamento è in mano alle banche e al 30 settembre scorso l’esposizione finanziaria netta del gruppo risultava negativa per 1,814 miliardi di euro. La partita è ancora aperta, sebbene il fronte bancario non sempre sia apparso unito, neppure sulla possibilità di vendere al fondo inglese Chelsfield i palazzi parigini di Risanamento per una cifra vicina agli 1,23 miliardi di euro.
Finanza spericolata
Viene da lontano anche la crisi di Tassara, ovvero di Romain Zaleski, 81 anni, il finanziere che ha saputo costruire un abile percorso di relazioni che, in forza del vecchio gioco delle scatole cinesi, lo ha portato a sedere nei consigli di amministrazione di alcune delle maggiori società finanziarie italiane. È il 2006 quando l’industriale della metallurgia decide di cavalcare l’onda della finanza. Ottiene prestiti dalle banche (i debiti a bilancio salgono da 1,2 a 4,45 miliardi) e compera in Borsa. Azioni Sanpaolo (prima della fusione con Intesa) per 800 milioni, stesso importo investito in Telecom Italia. La Borsa corre, lui si scatena. Con soldi non suoi compra altre azioni Intesa Sanpaolo, a un prezzo medio di 3,59 euro e arriva a essere il secondo azionista del gruppo (con il 5,9 per cento) dietro alla Compagnia di Sanpaolo ma davanti a tutte le altre fondazioni. Poi investe in Mps (a 1,49 euro), in Ubi, per 300 milioni in Mediobanca, per 500 milioni in Telecom Italia e per 835 milioni in Generali. Si fa prestare soldi dalle banche e compera titoli di Borsa. Finché regge. A fine 2007 ha in portafoglio titoli per 10,5 miliardi e un capitale di 1,5. Nove miliardi non sono suoi, ma in prestito dal sistema bancario. Quando il mercato crolla è la fine. Bnp Paribas e Rbs ottengono la restituzione di 1,6 miliardi prestati, le banche italiane danno invece ancora fiducia e allungano i termini delle scadenze, fino al 2011, poi fino al 2013, ora siamo al 2016, in attesa che riparta il mercato…
Otto giorni
Secondo un documento della Cir, emesso su richiesta della Consob, a Sorgenia resta liquidità fino a martedì della prossima settimana. La situazione è drammatica. I quasi due miliardi di debiti, di cui 600 milioni non gestibili, impongono al gruppo guidato da Rodolfo De Benedetti (il padre Carlo non ha cariche operative da tempo) e da Monica Mondardini di fare presto. Ma i quasi 3 mila dipendenti del gruppo non sembrano essere un fattore in questo faccia a faccia tra i vertici di Sorgenia e i top manager del sistema bancario. Di certo tanta attenzione non si era vista neppure nei momenti più neri della crisi di Fiat, dieci anni fa. Invece oggi i 12 primi banchieri italiani si incontrano almeno due volte la settimana, da oltre un mese, per trovare una soluzione. Ma davanti alla mancanza di disponibilità a immettere nuova finanza in dose consistente (100 milioni annunciati da Sorgenia sui 200 attesi dalle banche) tutto rischia di rovesciarsi. Il socio austriaco Verbund (46,5%), giusto per chiarire il contesto, si è sfilato, scrivendo zero nella casella di bilancio che nota il controvalore della partecipazione italiana. Un impatto negativo di 396 milioni. Altro che «nuova storia», come recitava il vecchio spot.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«Non sapevo che Caltagirone stesse comprando azioni Mediobanca. Ci conosciamo e stimiamo da tanto t...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Primo scatto in avanti del Recovery Plan italiano da 209 miliardi. Il gruppo di lavoro "incardinato"...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

La Cina ha superato per la prima volta gli investimenti in ricerca degli Stati Uniti. Pechino è vic...

Oggi sulla stampa