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Le partite aperte tra giudici e bilanci

Attenzione alla Robin Hood tax. Perché, se l’addizionale Ires imposta alle imprese del settore petrolifero ed energetico nel 2008 agli albori del governo Berlusconi (dal decreto legge 112/2008), fosse giudicata illegittima dalla Corte costituzionale, si aprirebbe l’ennesimo buco nelle casse dello Stato. La partita non è di poco conto: basti pensare che il gettito della Robin tax previsto nel triennio 2012-2014 vale 3,6 miliardi.
La questione – portata all’esame della Consulta dalla Ctp di Reggio Emilia – prende le mosse dal ricorso di un’impresa che gestisce una rete di distributori di carburanti la quale, dopo aver pagato – per cautelarsi – l’imposta, ha chiesto il rimborso. E, per sostenere la tesi dell’incostituzionalità ha puntato, come si legge nell’ordinanza, sull’«irrazionale incidenza dell’aggravio impositivo sulle imprese di un unico settore produttivo» e sulla «discriminazione, all’interno di questo, fra imprese con maggiore o minore volume di ricavi», che provoca una «compressione dell’iniziativa economica privata e della libertà di concorrenza». Il ricorso sarà esaminato dalla Consulta nell’udienza pubblica del 30 gennaio 2013.
E questo non è l’unico caso in cui dalla Corte costituzionale può arrivare una scossa (negativa) ai conti pubblici. Tra i dossier in attesa di pronuncia ci sono infatti anche le questioni di legittimità costituzionale sollevate sull’indeducibilità dei costi da reato, da un lato, e dell’Irap dalla base imponibile Ires, dall’altro. Le precedenti ordinanze in materia della Consulta hanno però già “stimolato” il legislatore che ha in parte corretto le norme impugnate: il Dl sulle semplificazioni fiscali (16/2012) ha limitato l’indeducibilità ai costi dei beni direttamente utilizzati per compiere un delitto non colposo, mentre il decreto legge salva Italia (2012/2011) ha disposto la deducibilità totale dell’Irap in relazione alle spese per il personale. L’aggravio per i conti pubblici è quindi arrivato direttamente con legge.
Dopo gli anni ’90, in effetti, le sentenze di incostituzionalità con oneri di spesa rilevanti per le casse pubbliche (nel mirino erano state soprattutto previdenza e sanità) sono diminuite: ma non mancano casi recenti in cui lo Stato ha dovuto aprire i cordoni della borsa o a varare nuove norme per “arginare” i danni.
La sentenza 335/2008 che ha dichiarato illegittimo applicare sulle tariffe dell’acqua i canoni di depurazione dove non c’è il depuratore ha comportato un “buco” di oltre tre miliardi da restituire agli utenti e 350 milioni di minori entrate, all’anno, per i gestori del servizio. Con diversi interventi normativi è stata limata la portata dei rimborsi: i termini di prescrizione sono stati fissati in 5 anni e dagli indennizzi sono state sottratte le somme per gli investimenti programmati per completare il servizio di depurazione.
È ancora aperto, invece, il controverso dossier dell’Iva sulla Tia, la tariffa di igiene ambientale istituita nel 1997: secondo la Consulta, infatti, non si può applicare l’Iva su un prelievo che è a tutti gli effetti di natura tributaria. Il conto dei rimborsi (ancora non effettuati) arriva a un miliardo.
E un’altra piccola crepa nelle finanze pubbliche la promette la sentenza 198/2012 che ha bocciato l’applicazione alle Regioni a statuto speciale dei limiti alle indennità dei consiglieri fissati dal Dl 138/2011. Spiccioli, rispetto alle altre vicende, ma pur sempre arretrati da pagare.

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