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Le parcelle gonfiate alla principessa rossa Jp Morgan nel mirino

Il New York Times non molla la presa. Sembra un doppio messaggio, lanciato alla banca JP Morgan e alla censura di Pechino, l’articolo nel quale ieri il quotidiano ha rivelato che il grande istituto finanziario, per fare affari ancora più grandi in Cina, pagava belle parcelle a una oscura società di consulenza diretta da una anonima signora cinese, tale Lily Chang, età 32 anni. I giornalisti investigativi, lavorando tra New York e Pechino, avevano già denunciato ad agosto il giochetto di JP Morgan (e di diverse altre banche americane): assunzione per figli di potenti dirigenti cinesi in cambio della possibilità di operare vantaggiosamente nella Repubblica popolare. Allora la parentela si era fermata al rango di ministri. Ma in questa nuova puntata si arriva al vertice della nomenklatura: perché secondo la ricostruzione, Lily Chang era il nome di battaglia di Wen Ruchun, oggi quarantenne, figlia dell’ex premier cinese.
Il compenso per la consulenza di Lily Chang, alias Wen, sarebbe stato di 75 mila dollari al mese. Niente male, tenendo conto che la società contava su due soli dipendenti oltre alla titolare. Ma forse nemmeno tanto, se si riflette sul fatto che la signora è una «principessa rossa», come si chiamano i figli dei dirigenti di primo piano. Quindi, la sua capacità di «consigliare» e la sua influenza sono fuor di dubbio.
Non sembra un bel sistema di fare affari per una istituzione finanziaria nata e cresciuta negli Stati Uniti, la terra del puritanesimo sempre pronto a puntare il dito sulla corruzione. Ma secondo le testimonianze, la pratica della assunzioni di favore e dei contratti generosi era consolidata e si chiamava «Figli e figlie».
La consulenza con la società di Lily, la Fullmark, sarebbe andata avanti dal 2006 al 2008: costo totale dei servizi un milione e ottocentomila dollari. I tentativi del giornale di contattare la signora Wen non hanno dato esito. Un portavoce di JP Morgan ha rifiutato di commentare. Il quartier generale della banca a New York non sarebbe coinvolto nel contratto con la società di consulenza cinese; avrebbe fatto tutto la filiale di Hong Kong. Su questa vicenda, e sulle assunzioni sospette di cui si era parlato in estate, è stata aperta un’inchiesta da parte della Sec (Securities and Exchange Commission) e l’ufficio del Procuratore di Brooklyn.
Ma la storia non finisce con la signora Lily e i suoi 75 mila dollari al mese. Nel 2012 il New York Times si era già occupato della famiglia dell’allora primo ministro Wen, scrivendo che si era enormemente arricchita all’ombra del patriarca. Da allora il sito online del quotidiano è oscurato in Cina. Questa seconda puntata sembra una sfida, una prova coraggiosa di inflessibilità.
E c’è un altro messaggio. La settimana scorsa il giornale ha rivelato un’altra «storiella»: questa volta sui colleghi-rivali della grande agenzia di notizie Bloomberg. Il gruppo di proprietà del sindaco di New York Michael Bloomberg a ottobre avrebbe cestinato due articoli investigativi sulle relazioni tra capitale e potere in Cina. La decisione sarebbe stata presa a New York dal direttore Matthew Winkler, in una telefonata con l’ufficio di corrispondenza cinese nel quale spiegava che pubblicando quel materiale «l’agenzia sarebbe stata espulsa dalla Repubblica popolare». Meglio l’autocensura dunque. Un compromesso al quale, a leggere la storia sulla JP Morgan e la «principessa rossa», il New York Times non si piega.

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