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Le otto settimane cruciali con 26 nuove norme Draghi: cambieremo tutto il sistema Paese

Forse non sarà solenne, perché di solito non lo è il tono delle sue parole, ma il primo concetto del discorso che oggi Mario Draghi rivolgerà alla Camera, e domani al Senato, avrà un contenuto che più solenne non può essere: l’Italia è di fronte ad «una sfida straordinaria ed epocale», una sfida che dovrà in pochi anni «cambiare tutto il sistema Paese», trasformarne i tratti salienti, colmarne i tanti gap strutturali, «per non essere condannati ad un futuro di bassa crescita» e ad un declino che negli ultimi vent’anni è apparso inesorabile.

Draghi avrà sino ad oggi alle 16 — quando inizierà a parlare a Montecitorio — per limare il suo discorso, che sarà indubbiamente uno snodo cruciale del suo giovane governo. Il premier alzerà il velo non tanto e non solo sui dettagli del Piano nazionale di ripresa e resilienza che ha già trasmesso alle Camere e che entro il 30 aprile invierà alla Commissione europea, ma sugli obiettivi e i risultati che l’esecutivo attribuisce al Recovery fund, gli oltre 200 miliardi di euro di aiuti che in sei anni dovrebbero contribuire e ridisegnare l’economia, la produttività e la competitività di un Paese che ha un disperato bisogno di cambiamento e modernizzazione.

Insisterà indubbiamente sulle riforme che accompagneranno il piano, quelle sulle quali gli uffici di Bruxelles negli ultimi giorni hanno chiesto dettagli, informazioni minuziose, tempistica. E a leggere le schede riassuntive del piano, e le oltre 40 pagine dedicate proprio alle riforme, sono addirittura 26 gli interventi normativi che nelle prime otto settimane di governo Draghi ha delineato per far sì che i soldi siano spesi in modo produttivo, efficiente, con il massimo di ritorno di valore aggiunto per il prodotto interno del Paese.

Citarne alcuni può servire da esempio. Un decreto semplificazioni entro fine maggio, da tramutare in legge entro metà luglio. Un altro con le misure urgenti sugli appalti pubblici. La costituzione di una struttura presso la presidenza del Consiglio per la semplificazione normativa, con un decreto ad hoc a maggio. Una legge delega per la riforma fiscale entro il 31 luglio. E per allora arriverà pure la legge annuale per la concorrenza con cui si interverrà sulla normativa antitrust. Ma il percorso completo e l’annesso cronoprogramma arrivano sino al 2026.

Nelle intenzioni di Draghi questa occasione storica, forse l’ultima, serve a riconnettere il Mezzogiorno al resto del Paese, a rialzare una produttività del lavoro che negli ultimi vent’anni è decresciuta invece che aumentare, a correggere un dato macroeconomico che in fondo spiega quasi tutto: negli ultimi vent’anni gli investimenti pubblici in Italia sono stati la metà di quelli effettuati in Germania o in Francia. È un programma che a giudizio del presidente del Consiglio chiedono tutti: gli italiani, i giovani per il loro futuro, le donne per un tasso più alto di inclusione sociale e professionale, le imprese per essere rilanciate e non azzoppate da un pubblica amministrazione che è un freno allo sviluppo, gli investitori esteri condizionati da un sistema giudiziario e da un’incertezza del diritto che troppo spesso sconsigliano l’Italia a vantaggio di nostri concorrenti diretti.

Se tutto questo si tradurrà in un nuovo miracolo economico, come quello del Dopoguerra, in una crescita robusta e sostenibile, agganciata alle medie dell’Unione Europea, allora il governo Draghi, almeno nel fornire gli strumenti attuativi di un piano finanziario «epocale», avrà compiuto la sua missione, indipendente dalla durata dell’esecutivo stesso, che certamente non arriverà sino al 2026.

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