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Le opposizioni caute La caduta del governo (ora) non conviene

Fino a quel momento tutto è stato in discussione: la scelta personale di un ministro e le sorti collettive di un governo. Può darsi che quel momento non sia ancora del tutto passato, ma non c’è dubbio che ieri il colloquio tra Renzi e Alfano abbia evitato di trasformare un senso di amarezza e di indignazione in un terremoto politico dagli effetti irreversibili. È complicato separare il grano dal loglio, tracciare il confine che divide l’azione della magistratura — impegnata nell’ennesima inchiesta su appalti e potere — dal sospetto di una manovra considerata estranea all’indagine. Ma quelle intercettazioni in cui si parla del titolare del Viminale, hanno indotto autorevoli esponenti dell’esecutivo e della maggioranza a domandarsi se si sia trattato di un colpo di coda nella guerra di successione all’interno della Guardia di Finanza.

Il riferimento di Alfano al «ri-uso politico degli scarti di un’inchiesta» alimenta questa tesi, l’idea cioè che si sia cercato di sfruttare il lavoro della procura di Roma per aggiungergli un «surplus», un additivo fatto «di scarti» ma utili per colpire al cuore il governo. Puntando a scardinare l’architrave su cui si regge oggi la coalizione: Alfano. È evidente che il suo indebolimento rischierebbe di far saltare tutto. Saltato il leader di Ncd, si innescherebbe un effetto domino: prima salterebbe Ap, poi salterebbe la maggioranza, poi il gabinetto Renzi. E forse salterebbe la legislatura. Il premier infatti non potrebbe sostituire il responsabile dell’Interno, come è accaduto con altri due ministri, senza passare dalla crisi. Né potrebbe cambiare la natura della propria maggioranza senza salire al Quirinale. Peraltro un’eventuale «opzione Ala» sarebbe a saldo politico negativo per Renzi: farebbe esplodere il Pd e metterebbe il turbo ai M5S.

E allora, più degli attestati di solidarietà rivolti ad Alfano, sono valse le parole del vice segretario democrat Guerini, che sull’Italicum ha lanciato un (altro) segnale agli alleati moderati. Tutto ciò fa capire che l’unica preoccupazione del partito di Renzi è al momento quella di garantire la compattezza di Ap, attraversata da forti tensioni interne. Si vedrà se la tempesta perfetta che (ancora) minaccia il governo si trasformerà nell’innesco per compattare la maggioranza. A colpire semmai è stato il fatto che ieri le forze di opposizione non si siano esposte nell’attacco ad Alfano. Il grillino Di Battista ha chiesto al responsabile del Viminale di «venire in Parlamento» per chiarire la sua posizione, rispetto al fratello che uno degli indagati dice di aver fatto assumere alle Poste. E l’ex segretario del Pd Bersani ha indirettamente attaccato il leader di Ncd perché «per un politico fare un favore a un parente è un problema di civismo».

Ma nessuno ha chiesto la testa del ministro dell’Interno, sebbene in più occasioni siano state presentate mozioni di sfiducia contro di lui. Può darsi che la sospensione di giudizio dipenda dalla decisione di verificare l’eventuale esistenza di altre carte. Oppure può darsi che la fragilità del sistema sia tale da far temere a (quasi) tutti il suo crollo. Il salto nel buio è un rischio presente anche agli avversari di Renzi. L’«operazione Ugolino» — per usare un’espressione del leader democrat — prevede una tempistica diversa: la caduta del premier dovrebbe avvenire per mano popolare con la sconfitta referendaria, e solo dopo si tenterebbe di formare un governo di scopo per modificare la legge elettorale.

Insomma, la sfida programmata per l’autunno è di per sé già complicata: se scattasse oggi, invece di portare a un altro governo, potrebbe portare all’arrivo della Troika a Palazzo Chigi. Perciò (quasi) nessuno può permettersi la crisi. Per questo motivo il colloquio tra Renzi e Alfano è servito ad allontanarne lo spettro. Senza dimenticare che l’Europa tiene sotto osservazione le mosse di Roma, la pungola e al tempo stesso ne protegge il governo. Non è stata casuale la dichiarazione del potente capogruppo popolare a Strasburgo, il tedesco Weber, che sul nodo della mediazione a Bruxelles per le banche italiane ha detto che «Renzi e Alfano stanno facendo le riforme e vanno sostenuti».

Tutto si tiene, così come tutto può precipitare. Ma un conto è l’«esposizione politica» della maggioranza, pressata dai sondaggi che la danno in sofferenza anche sul referendum costituzionale. Altra cosa sono le «manovre politiche» per via giudiziaria, davanti alle quali Renzi non vuole cedere. Ecco il motivo per cui il colloquio di ieri con Alfano è servito a fronteggiare l’emergenza, per quanto il ministro dell’Interno attenda di verificare nei giorni a venire «il martellamento mediatico» e il «killeraggio» da cui si sente colpito. Non cambia niente al momento, anche se potrebbe cambiare tutto. È la dimensione dell’attuale sistema. È il vento che spira e che ricorda quello del ‘93.

Francesco Verderami

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