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Le nozze dell’auto, Peugeot con Opel Nasce il secondo gruppo europeo

La sede del gruppo PSA a Parigi, in avenue de la Grande Armée, si era abituata negli ultimi anni a essere teatro di annunci dolorosi, come quello della chiusura del grande stabilimento di Aulnay all’inizio della presidenza Hollande. Era l’epoca in cui «Peugeot era praticamente fallita», dirà poi l’allora ministro per il Rilancio produttivo Arnaud Montebourg. Con l’aiuto dello Stato francese e dei cinesi di Dongfeng, co-azionisti alla pari con la famiglia Peugeot al 13%, in poco tempo il nuovo capo Carlos Tavares ha fatto il miracolo: non solo ha rimesso in piedi il gruppo, ma ieri ha accolto con soddisfatta galanteria Mary Barra, leader di General Motors, venuta da Detroit per sottoscrivere la cessione ai francesi di Opel/Vauxhall, ovvero le attività europee del gigante americano.

PSA, che già possiede i marchi Peugeot, Citroën e DS, compra Opel/Vauxhall per un totale di 2,2 miliardi di euro, superando così Renault come secondo costruttore europeo dietro a Volkswagen. «È una svolta», dice Tavares, che da tempo cercava l’occasione propizia per aumentare la taglia del gruppo in modo da sopportare gli investimenti necessari per ricerca e sviluppo e aumentare la competitività. La nuova PSA che ingloba il marchio tedesco Opel e quello britannico Vauxhall (due nomi per gli stessi modelli) passa da 3 a 4,3 veicoli l’anno, «con l’obiettivo di creare un campione europeo da 5 milioni di auto l’anno», ha aggiunto Tavares. Manca ancora un’alleanza intercontinentale come quella realizzata dal suo ex mentore Carlos Ghosn, capo di Renault-Nissan, che qualche settimana fa ha aggiunto al suo portafoglio anche Mitsubishi. Ma per il momento una mossa del genere non sembra all’ordine del giorno. «GM parteciperà — riporta una nota del gruppo — anche al futuro successo dell’entità congiunta attraverso il possesso di diritti di opzione (warrant) per l’acquisto di azioni di PSA». L’intervento di Mary Barra è molto interessante perché sottolinea una tendenza in atto nell’industria automobilistica, e forse in tutta l’economia mondiale: si torna indietro, si de-globalizza. «Restare in Europa — ha detto il capo di General Motors — ci avrebbe obbligato a importanti investimenti per rispettare le evoluzioni nella regolamentazione del mercato europeo (in particolare quanto a inquinamento e emissioni, ndr). Preferiamo concentrarci nel mercato dove siamo più forti, gli Stati Uniti». Dopo 88 anni GM lascia il continente. Da 16 anni Opel faceva perdere denaro agli americani, ma finalmente, proprio nel 2016, «saremmo tornati in positivo — ha detto Karl-Thomas Neumann, capo del marchio tedesco — se non ci fossero stati i costi monetari legati al Brexit». Sul più bello GM se ne va, e accanto alla ragione industriale avanzata da Barra ce n’è probabilmente una anche politica, legata all’ingresso di Donald Trump alla Casa Bianca. PSA e GM si parlano a proposito di Opel/Vauxhall dal 2012, i negoziati sono ripresi in modo più operativo quattro mesi fa, e forse non è un caso che la chiusura dell’accordo arrivi mentre il nuovo presidente americano ripete lo slogan «America First» e alterna minacce a promesse pur di convincere le industrie nazionali a investire negli Stati Uniti.

Mary Barra, parlando della difficoltà di armonizzare la produzione con i sempre più severi regolamenti europei, prefigura un nuovo cambiamento di epoca: se fino agli anni Settanta i modelli americani e quelli europei erano totalmente diversi e incompatibili con qualche rara e vistosa eccezione (il maggiolino Volkswagen, per esempio), si è aperta poi una fase in cui i due mercati si sono avvicinati. Oggi i due mondi si allontanano di nuovo, troppo costoso produrre modelli che vadano bene ovunque. GM si concentra sull’America, PSA sull’Europa. E in caso di Brexit «dura», Vauxhall garantirà una presenza senza dazi anche in Gran Bretagna.

Stefano Montefiori

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