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Le mosse giuste per il redditometro

Calma e sangue freddo. Il nuovo redditometro non è ancora partito ma sta spaventando gli italiani, anche quelli che non avrebbero niente da temere. La preoccupazione di finire nel mirino del Fisco rischia, però, di portare a un’ulteriore riduzione della spesa per consumi su cui già si è fatta sentire la pressione della crisi economica. Ma il panico è giustificato? Partiamo da un dato, il redditometro non è e non sarà uno strumento di accertamento di massa: circa 40mila controlli all’anno significa approfondire il dettaglio dello 0,1% dei contribuenti italiani. Decisamente pochi. La diretta conseguenza è che molto ragionevolmente sarà utilizzato solo per i soggetti con uno scostamento piuttosto significativo tra tenore di vita e redditi dichiarati. Da un lato, perché sono le posizioni da cui l’agenzia delle Entrate potrà recuperare più gettito, dall’altro perché le situazioni meno marcate possono poi trascinarsi in un contenzioso tributario di cui è difficile prevedere l’esito.
Se questo poi non dovesse servire a tranquillizzare, allora può essere utile qualche piccolo consiglio. La parola regina è sicuramente la tracciabilità. Far passare i pagamenti su conto corrente, assegno o moneta elettronica può consentire più facilmente di ricostruire provenienza e destinazione nel caso eventuale di una richiesta di chiarimenti da parte del Fisco. Un suggerimento che vale sia per gli acquisti in prima persona, sia per i pagamenti effettuati da altri. Un caso frequente può essere quello dei viaggi o dei pacchetti vacanze che vengono regalati da familiari o amici. O ancora la questione un po’ più complicata delle bollette. Può capitare, infatti, che l’utenza sia intestata a un coniuge, che ha un minor reddito ma non è fiscalmente a carico, ma le spese siano poi sostenute dal consorte. Per evitare di penalizzare eccessivamente chi guadagna di meno nella ricostruzione del reddito, lasciare una traccia di chi ha eseguito i versamenti diventa utile.
Ma non solo. Tracciabilità è la parola magica anche in caso di donazioni. Le somme regalate dal padre al figlio per l’acquisto di una casa o di un’auto con un bonifico e una causale motivata rendono più facilmente giustificabile l’incremento patrimoniale anche a distanza di anni. Certo, si pone il problema per chi non fosse stato così previdente negli ultimi anni. Ecco una delle situazioni in cui avere una documentazione che ricostruisca i flussi di denaro può facilitare la vita e una spiegazione convincente al Fisco. Per il resto, invece, è assolutamente inutile fare la collezione degli scontrini. A parte che richiederebbe una costanza e uno spazio a disposizione in casa non di poco conto, al massimo si può pensare di tenere le ricevute che attestino una spesa inferiore rispetto alle medie Istat. Non sono così improbabili semplificazioni per i contribuenti, come è emerso nei giorni scorsi. Allo studio dei tecnici del Fisco c’è anche la possibilità di fornire argomentazioni non documentate se il soggetto controllato non si riconosce nelle medie Istat, come nel caso di chi non sostiene le spese per beni alimentari perché va a mangiare tutti i giorni dalla madre che abita a pochi passi. In più le spese “presunte” potrebbero essere utilizzate solo in modo residuale del Fisco.
Così come una possibile correzione in corsa potrebbe essere fatta sugli investimenti, evitando di farli “pesare” tutti in un solo anno. Ad ogni buon conto, ci si può cautelare con una memoria storica di tutte le vendite di titoli, azioni o immobili che hanno prodotto la liquidità per acquistare una casa o un altro bene di pregio. Mentre è bene tenere separati gli acquisti per beni d’impresa o di studio da quelli della vita privata, perché i primi non rientrano nel calcolo del redditometro.
Smettere di spendere, insomma, non serve. Anche perché il fine ultimo del redditometro dovrebbe essere quello di far dichiarare di più a chi finora, almeno agli occhi del Fisco, ha vissuto sopra le sue possibilità.

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