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Le mosse Bce e i no di Berlino

Al ricevimento annuale della Banca centrale europea, mercoledì sera all’Alte Oper di Francoforte, non c’era affatto un’aria di festa. Presenti i membri del comitato esecutivo, in testa il presidente Mario Draghi, che ha pronunciato ben due discorsi informali, difendendo tra l’altro le recenti scelte della banca, e quasi tutti governatori delle banche centrali nazionali, compresi l’italiano Ignazio Visco e il tedesco Jens Weidmann, tutte le conversazioni nel foyer si sono concentrate sulla nuova bufera dei mercati finanziari e sulle preoccupazioni per crescita e inflazione.
Le turbolenze di mercato colgono la Bce nel mezzo del guado di un doppio passaggio cruciale: la conclusione dell’esame delle banche dell’eurozona, i cui risultati verranno pubblicati domenica 26, e l’avvio dei programmi di stimolo al credito, come gli acquisti di covered bond e titoli cartolarizzati e le nuove operazioni di finanziamento a basso costo alle banche (Tltro).
Sul fronte bancario, la Bce si prepara ad assumere il 4 novembre il compito di vigilanza diretta sui 130 istituti più importanti dell’area euro, un compito per il qaule ha dovuto attrezzarsi nel giro di un anno. Ma la giornata fatidica sarà quella del 26 ottobre e su di esse pesa un’incognita non da poco. I risultati della valutazione approfondita e l’indicazione delle carenze di capitale per alcuni istituti – un traguardo cui l’Europa arriva con cinque anni di ritardo rispetto agli Stati Uniti – serviranno a spazzar via l’incertezza e a ridare fiducia nel sistema bancario e al sistema bancario? Oppure creereanno nuovi dubbi nei mercati, che già in questi giorni hanno particolarmente preso di mira le banche?
Sull’esito dello stimolo al credito, il punto interrogativo è ancor più grande. La prima Tltro è rimasta al di sotto delle attese, la seconda arriverà a dicembre. Nel frattempo, l’Eurotower comincerà gli acquisti di titoli emessi dal settore privato. Draghi non ha voltuo precisarne l’ammontare, il che ha lasciato perplessi i mercati, ma è una scelta giustificabile considerato che Tltro e acquisti di titoli si completano e forse dovrebbe rafforzarsi a vicenda. Ma i mercati sono rimasti convinti che, alla fine, la Bce dovrà fare ricorso all’ultima carta, quella dell’acquisto di titoli pubblici, un quantitative easing (Qe) in piena regola, come quello già realizzato dalle altre grandi banche centrali. La recente raffica di dati negativi sull’economia e sull’inflazione rafforza questa convinzione, che ha contribuito non poco a sostenere le quotazioni in questi mesi. Tra l’altro, le aspettative d’inflazione sono nettamente peggiorate: il contratto 5y5y (la media dei 5 anni successivi misurata fra 5 anni), segnalato da Draghi a Jackson Hole come un riferimento importante, è crollato addirittura sotto 1,70%, ben al di sotto del 2% dell’obiettivo di Francoforte.
Draghi ha sempre detto che un peggioramento significativo delle prospettive d’inflazione (oggi è allo 0,3%) avrebbe portato a nuove misure non convenzionali, tra cui l’acquisto di titoli pubblici. I mercati oggi non sono più così sicuri che lo farà. Anche se questa è sempre stata considerata all’Eurotower una ultima ratio, i dubbi sono ora accentuati dall’aggravarsi delle divisioni in consiglio, dalla consapevolezza che non ci sarà questa volta l’avallo della politica tedesca (come avvenne invece nel 2012, quando Draghi promise di fare «tutto il necessario» per salvare l’euro). La recente apertura alla Corte di giustizia europea della causa sollevata da oltre 35mila tedeschi contro il piano Omt è servita a rammentare che nel caso di un Qe europeo la battaglia giudiziaria sarebbe ancora più aspra. Sono vincoli politici e legali con le quali la Federal Reserve non ha mai dovuto confrontarsi e anche per questo è soprattutto l’eurozona che si trova oggi nel mirino della tempesta di mercato.
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