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Le modifiche all’Italicum bloccate dai veti

Per la minoranza del Pd il tempo è scaduto e la commissione insediata da Renzi per modificare l’Italicum è destinata a fallire. Gli irriducibili hanno già deciso. Lo rivela il pessimismo dell’unico esponente della sinistra che prenderà parte alle trattative, Gianni Cuperlo. «Una qualche lacerazione nel nostro campo si è già consumata — dice a SkyTg24 l’ex presidente dem —. Un pezzo della sinistra ha già preso un orientamento per il No».

Pier Luigi Bersani non crede che il tavolo ideato da Renzi riuscirà nel miracolo di ricompattare il Pd e, da Napoli, rinnova il suo grido di allarme. «O si ferma l’Italicum, che è un disastro, o si ferma la riforma costituzionale. È un problema di democrazia». Un monito al quale fa eco Ciriaco De Mita: «Insieme, Italicum e riforma costituzionale creano un corto circuito». Matteo Orfini chiede a Bersani di andare a vedere le carte di Renzi, invece di «lanciare diktat e sfiducie preventive». Con un filo di malizia il presidente del Pd aggiunge che «per ora non c’è un No di Bersani alla riforma» e se l’ex leader del Pd «non si fida del lavoro della commissione», lui e gli altri dirigenti le proveranno tutte «per convincerlo».

Lorenzo Guerini media e smussa, chiede che sul referendum non siano «giocate rivincite» e prova a placare le «tifoserie» che dilaniano il Pd. La commissione guidata da Guerini, di cui fanno parte Zanda, Rosato e Orfini, non si è ancora mai riunita. Eppure al Nazareno assicurano di voler davvero ritoccare la legge elettorale dopo il referendum e così, dietro le quinte, si continua a trattare. «Il modo migliore per far naufragare la modifica dell’Italicum è parlarne sui giornali», invoca una moratoria delle polemiche il capogruppo Ettore Rosato.

Cuperlo pensa che il No di D’Alema e Bersani sia motivato da «ragioni politiche che vanno al di là del merito», ne consegue che tenere unito il partito nelle urne del 4 dicembre non è più possibile. Ma di certo Renzi ha già raggiunto un primo obiettivo: spaccare la minoranza. Sfilando Vannino Chiti al blocco dei dissidenti, i renziani cercano di mostrare plasticamente la divaricazione a sinistra fra dialoganti e non. A turbare Bersani non è tanto «l’insulto al giorno» che il leader della minoranza denuncia di beccarsi dai renziani, quanto il merito: «Comunque vada a finire si divide il Paese, il centrosinistra e il Pd».

L’onorevole Ileana Argentin è furibonda con Massimo D’Alema e si sfoga a Radio Cusano Campus : «Sta facendo la figura del rosicone odioso, io ero una dalemiana convinta e non pensavo che avrebbe potuto tradirmi così». Lei come voterà? «Il No di D’Alema mi convince a votare Sì. Non si può sputare nel piatto in cui si è mangiato. Se decidesse di andarsene, direi “magari”…».

E mentre nel Pd si litiga, il Parlamento aspetta con ansia la sentenza del Tar del Lazio sul ricorso presentato da M5S e Sinistra italiana, che contestano la formulazione del quesito. Ieri l’udienza è durata oltre tre ore, ma il verdetto potrebbe slittare. Sui due fronti intanto si moltiplicano le iniziative. Il M5S avvia un tour mondiale in 13 tappe: «Io dico No» arriverà anche a Mosca. E Renato Schifani ha invitato a Palazzo Giustiniani 120 ex parlamentari di centrodestra, che al già presidente del Senato hanno assicurato il loro «attivo coinvolgimento» per affossare la riforma Renzi-Boschi.

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